Canti la morte

Canti la morte. Il titolo sfida
verdetti facili marchiati a fuoco.
Nell’immenso l’assurdo arde per gioco
dopo l’elenco di luce a cui grida
l’uomo sottratto all’istinto suicida
di germogliare lassù, dov’è poco
il rumore. La terra fredda invoco.
Scendi dall’albero, fune. Sorrida
il pubblico applaudendo. Mi si tolga
la benda agli occhi, voglio spaventare.
I giudici si mangino la voce.
Non per stanchezza lo sguardo si volga
al cielo, si continui ad aspettare.
Non mi si chiami. S’innaffi la croce.

Nonsenso, perché sì

Cerco sonate fresche e lievi
più di ruscelli su Marte in cui dormo.
Trovo scavando dogmi nuovi
meno di stelle che fanno contorno.

Canto nel sangue sordocieca
dando la nota minore del grido.
Gioco fingendo trulla trulla
organza il guanto, diamante la mano.

Lascio s’annienti l’inno fragoroso
prenotando la casa di riposo
— vedo nei firmamenti
morti ballare valzer più recenti.

Serenata

M’innamoro di te, come l’acerbo
nodo allo stomaco balla sul mondo
e la pelle tradotta in luce al verbo
straccia il respiro argentando lo sfondo

a parentesi nere — crolla, crolla
l’anca seduta lungo orli cuciti
all’ergastolo bianco, la mia bolla
chiusa nel punto di strani guaiti

nell’incendio fra le ossa, il mio sacro
sangue leggero ch’erode nel canto
ritornelli solari e nel boato
l’eco di rocce, l’amore nel pianto

finché la terra vibra mentre quasi
l’amplesso tace al bivio
d’una stasi.

Clarinetto

Nel dormiveglia ricordo bizzarre
voci di legno, le primule rosse
dare la nota maggiore e sottrarre
in un raschiare crostoso di tosse
l’ancia lunare a riposo a chitarre
nude di rami sonanti, le fosse
oltre i limoni fragranti protrarre
l’inno d’amore rinato, le scosse
d’un terremoto nel cuore succhiare
come un elettrico nulla vitale
posto a sigillo del pane e del tempo
non meritato, rubato alle bare
fra cui credevo portasse lui il male
io, naufragata lì per contrattempo.

Soliloquio

Religione fu la generazione
incollata alla televisione: la gioventù vaccinata
si fa in modi nuovi.
Allarme rosso — mi trasferisco
in un buco di campagna. Nel prato
cicaleccio melodioso, la febbre vitale
di merli, corvi, gazze e non poche
tortore affamate, spesso i topi
finiscono in pancia ai gatti — le bestie
s’appropriano leste leste
di ciò che spetta loro. Il tempo
naturale si riavvolge, un po’ banale
il sospiro non affannoso
nel dolce riposo: i limoni nel vaso, la fioritura
delle magnolie, l’allergia ad ulivi che mi fa
starnutire impallidendo. Attendo
vengano a mangiarmi predatori, lo stomaco
si mangerà
da solo alla vigilia.