Come Totò

Lettere ambulanti
mi sbrodolano addosso, da fogli
di calcolo taccagno
i vomiti fanno i guitti fanfaroni
ed è un volo di calabroni
lo sfottò che mi crocchia nella bocca, il verso
a Rachmaninov di canzoni
senz’arte, parte e il giro giro tondo
nell’ombelico orbo
da cui spio l’umanità tremebonda
nell’orgasmo virale.

Sono la peste
che sale al fegato quando t’opprime
l’aria nauseabonda di sedicenti
autori, che tamburellano
la mancanza di mezzi
di genio, pronti ad acciuffare l’urlo
mutandolo in coriandoli d’argento, tutto
purché la vena scialba metta
l’indice dentro la gallina vergine spillando
oro, come in strade già calpestate
da cerretani.

Il cavaliere errante
costruisce il suo personale
mulino a vento — è tempo di chiudere le ante
come Totò sullo sfondo
a gettare concime alla poesia.

Epifania di terra

Fra me e te
l’urgenza traccia un allarme rosso
e non basta il cuore vivo frapposto alla luna
a dirmi come amare
virgole, nell’immenso fra le bare.

Sirene oblique
risvegliano dalle morti, ogni volta
ne manca solo una, è la magnolia
che fiorisce nello stomaco, ululando
da tentacoli neri come il cancro
nell’inno di trincea.

Ordine momentaneo
— corri, salta, presto. Non è tempo di fare spazio
all’inerzia di cielo. Il principe
è fuggito sul drago, un contadino
lo sostituirà, senz’ali
volerà dopo la croce con le farfalle.

Prigionieri burocratici
ritardatari nell’esperimento
ci viene servito
a cena l’oblio, liquore antico
in cui affoga per legge l’uomo.

Bemolle

Do re mi fa sol la si do si si♭
e il mezzotono è dissonanza piana
— un silenzio: odi la tramontana
consumare le allegre foglie, sì?
E poi lo sfarfallio d’un colibrì
(residuo d’una stagione un po’ strana)
gironzolare verso la sua tana
ripetendo la nota e l’abbiccì?
Presto, alberi tronchi fanno rima
in modi che non saprei immaginare
se tacesse il ritornello sonoro
— diamine! Corri, veloce: esce oro
da bocche di luna a verdi fanfare
e tamburellano come mai prima
nell’inquieto clima
i metronomi d’una poesia
nata nella solare epifania.

[Da un vecchio file]

Tua

Scendi, crudele mia notte, al campo,
afferrami per le dita gelate
prima che siano venti senza scampo
a riportarti le ceneri alate.
Non ti freni l’ardente bacio, lampo
d’amore fra pupille dilatate,
l’accozzaglia di vita – in cui inciampo
oltrepassando città desolate.
Rapiscimi al lunare cimitero
con fresca, cinguettante rugiada
e musica di prati ancora verdi.
Il cammino degli esuli disperdi
sibilando timori per la strada.
Prego le stelle nel tuo sguardo nero.

[Anni fa]

All’anima

Parla. Si rompe la luna
che si torceva negli occhi — la civetta
argentina sorride, nell’ombra
da qualche parte
il lato oscuro bacia il sereno, la via
del sonno nell’oblio
degli incubi dolci, la notte
del cicaleccio, la fine.
Parla. L’ugola ciba
febbri di poesia. Le storie
rivivranno, i polmoni
torneranno dove corriamo
ed inciampiamo
fatti di terra, drogati d’aria
— nel cielo in cui nasciamo, nel vento
dove tutto
si mischia, un’accozzaglia
di case e sterpi ad anni luce
d’esistenza sacrificata
ad altari vuoti. Il tempo — l’ignoto
signore del latifondo. Rintoccano
campane al paesello. Perché non parli
facendo din don
anche tu?