L’incendio che non c’è

Il piacere deruba
i ranuncoli acerbi che la bocca
esilia a maestose, tremule
follie che scivolano
dal collo al seno della parola.

Dove sono io? Non c’è
oltre il miocardio
cuore di sillabe malferme
che domini ombra nuda
e spogli l’innocenza — dov’è la poesia?

Schiudo, nella fiamma assoluta
assordante del superfluo, il crepito
resistente sott’acqua
all’erosione che leviga scheletri
di vibrazioni eterne.

Scavo nell’interstizio
baciando il silenzio afrodisiaco
che genera l’azzurro
sacrificando ciò che non affiora
del fiore che non sfioro.

Sei l’impossibile

Mi sento cingere dietro
le pagine d’un nascondiglio
di siepi di mani
nervosamente annodate, nell’estate
che strugge e consuma
l’incendio in bocca e negli scheletri
la vibrazione eterna.

A lento bollore
anniento il bisogno d’ali chiare di luna
spegnendo palpebre chiuse
nell’azzurro rosato dove la fantasia
e l’assenza spalancano di un’agra
bianchezza in fiore, nell’infanzia deserta, persiane
al cuore d’oblio.

Sei l’impossibile
padre sgrammaticato di sillabe incerte
nel chiasso gelido
d’oceani furibondi, la copertina
orfana d’un taccuino, l’occhio limpido
che indaga nella polvere
le clessidre finite.

Opacamente scinde
il nostro sangue leggero
l’ossimoro teatrale nell’opera ingenua
dell’abbandono
il cui fraseggio esilia
nell’aria decadente due preghiere fumose
all’altare della poesia.

[ Dedicata a S.C.
futuro collega
che mi ha soprannominata Ermengarda
con affetto e simpatia ]

Ossimoro

Redimere l’ossimoro
che sbriciola universi sottopelle, gemendo
nel metacanto stridulo, nascendo
dopo ogni morte e palpito
di lampi tenui in forma nuova eppure uguale
è la maledizione da scontare.

Serve a poco il frastuono in bocca
di vulcano o drago
se non a bucare la fenditura nelle mura
della torre prossima a ruzzolare
ché a furia d’inclinarmi per giocare
smarrisco l’equilibrio.

La forza di muovermi zoppicando
piegata ad angoli di crescente pendenza
più di cavalli e alfieri
è monumento vivente alla poesia. Altera
e solitaria scivolo
cercando il re nemico nei quadrati
quando ferendo
mi batte la regina.

La spada nello stomaco
straccia l’immenso sipario fra me e l’eterno
rifugio nel nonsenso. Morendo
mi spezzo in tutte le pietre una alla volta
messe sopra le altre
incoronandomi
bastione inespugnato.

In questa fantasia che traduco
l’inconscio di stelle sta per sputare fuoco adesso
— fuggite.

Sinestesia

Il cuore sento rubare
al buio gemiti pallidi
di foglie e scheletri in fuga, mi pare
il canto legga
l’inutile anima quando la mano tenebrosa
della morte acciuffa il fiore bianco
ch’esce di bocca.

Delirando traduce
la luna immobile. Tace allo specchio
sottilmente ferale
l’idea d’aspettare ancora, ancora
per dare tempo al crescendo di trovare
la forma adatta a baciare in volo
l’eterno dopo le stelle.

Lo scoppio gelido
d’atrii e ventricoli brucia diminuendo
ritmi sconnessi allo sterno
di cui aro fantasmi
nelle vene con l’ombra del cicalare
immaginario di sillabe
traditrici d’amore.