Clavicembalo

Calabroni
s’accozzano qui e là
in lampadari di finto cristallo.
Come gli insetti nel salone ronzo
– a lume spento.

Va di moda il più nuovo pianoforte
ed io al clavicembalo
insisto, insisto. A corde rotte suono
la nera pestilenza. In bocca frullo
l’antico cra crà di corvi.

Fuori tempo
fa muffa nel dorato
barocco una cicala.
L’ago magnetico sfarfalla, cancella
tutto, trallallà.

Poiché ha fine l’assurdo
muro fra me e l’eterno, poiché
mi stanco della solfa
sgocciola nelle mani il cuore orrendo
della verità.

Liberazione

Esultino le trombe
come nel volo di fresche colombe.
Esclami storia di ciascuna data
il fazzoletto o la bandiera alzata.
Presto! Esplodano tutte le bombe
mute nei secoli. La truppa cacci
i silenzi nel vuoto. Senza suola
ci si punga la pelle, con le mani
si muovano le stelle. Non si tracci
orma passata. Presto! Già vola
sull’abbaiare al guinzaglio di cani
la parola fiorita da bocche arse
nel sangue poliglotta
d’urne sparse. Sta per cantare
l’eco solare.

Canti la morte

Canti la morte. Il titolo sfida
verdetti facili marchiati a fuoco.
Nell’immenso l’assurdo arde per gioco
dopo l’elenco di luce a cui grida
l’uomo sottratto all’istinto suicida
di germogliare lassù, dov’è poco
il rumore. La terra fredda invoco.
Scendi dall’albero, fune. Sorrida
il pubblico applaudendo. Mi si tolga
la benda agli occhi, voglio spaventare.
I giudici si mangino la voce.
Non per stanchezza lo sguardo si volga
al cielo, si continui ad aspettare.
Non mi si chiami. S’innaffi la croce.

Nonsenso, perché sì

Cerco sonate fresche e lievi
più di ruscelli su Marte in cui dormo.
Trovo scavando dogmi nuovi
meno di stelle che fanno contorno.

Canto nel sangue sordocieca
dando la nota minore del grido.
Gioco fingendo trulla trulla
organza il guanto, diamante la mano.

Lascio s’annienti l’inno fragoroso
prenotando la casa di riposo
— vedo nei firmamenti
morti ballare valzer più recenti.