Ritorno di fiamma

Sull’eterno non saprò nulla
finché avrà voce il cielo che mi punge e culla.
L’orecchio chiama a sé il silenzio
ed io non ho che rumore di stelle dorate
ad aprire occhi miopi al franamento
nell’anima sfatta d’ossa dannate, dannate
per vizio e per ego bruciate
nel rogo azzurro di danze e cantate.
Contro la luna mi spoglio di me, di foglie di rami
di tronchi annoiati. Sono una cavalletta
dai capelli incendiati
che saltella per la notte di giugno
rotolando sui prati. C’è
musica pazza
al teatro dell’operetta, l’operetta confusa
nel ritmo di canzonetta
di moscerini alla rinfusa a suggerire
che avrei dovuto andare a dormire, dormire
sul ponte a ridosso del fiume
nel degrado di vecchi lampioni
arzilli in funzione all’una suonata
per fare luce alla gioventù sbandata, ed io sto
rotta, disgraziata, senza lume
a dare senso
alla rabbia sprecata. Vomito tutto, tutto
l’eterno, ladro e farabutto. L’urlo fra i denti
avvelenerà i venti
d’oceani e continenti, oppure no.

Sulla poesia

Trema con la moneta che rigiro
fra i pollici l’idea
lucente ed abissale d’un sospiro
rubato al divino. Sepolta
nell’inconscio
senza contraddizioni vaga l’ombra
dentro l’abito mentale – un cappotto bianco
metafisico che accerchiando
l’infinitesimale
dà senso al movimento
universale.

Rompo la stoffa, m’assale il barbaro
onirico sciabordare
senza legge – nel cielo reale
che illumina l’ombra lo spaziotempo
s’incastra nella rete
binaria dell’uno inchiodato alla tesi
e nello zero il sogno
che rimane.

E poi
lanciando la moneta, delirando
e sparando al disco centro
l’una e l’altra probabilità – immanente
e trascendente, divino e mortale, adulto
e bambino, l’essere duale
di natura
virginale e sensuale.

Disordine

Accatasto i rifiuti
dell’utero di cielo, strappo e brucio
con la luna sulla punta del dito
note sull’invisibile, l’effimero
giardino eterno, la violenza
oltre recinti di cristallo.

La torre di marciume
emana dolore sbiancato, disegna
nel silenzio degradato, come sott’acqua
il viso cereo d’un annegato, impregna
di poesia traumatica il cuore
parallelo alle labbra.

La notte circola, scollega
dalle mani come una vecchia pelle
il lenzuolo di stelle sbeccato, dallo scarico
l’infinito azzerato
che libera nel sangue il corvo
prigioniero in una gabbia.

Assiomi

Guardami, l’oscurità veste
i capelli di maestosa
innocenza. Come una spugna
cancella le parole bianche
alla lavagna. Annodata
a stelle sull’oceano
trascinandole mi fa annegare
la voce nell’inferno.

Ascoltami, la mia ombra
è il rumore che mangio. Il delirio
mi segue, mi torce
il corpo in una sinestesia
dal cielo alle ossa. Si nasconde
nel sangue come una ladra
la nota pallida
del mio non essere.

Coraggio! Acciuffami
nel buio: annusami, tormentami
e poi lasciami
tornare nell’illusione dorata.