Canti mozzi

Canti mozzi perlustrano la notte
rubando paccottiglia nelle reti.
Raccolgono nel secchio gli alfabeti,
i codici e le formule ridotte.

Come figli abortiti, come feti
nell’utero aspirato dalla notte
interpretano folli Don Chisciotte
disintegrando regole e divieti

e la notte li assorbe, li scompone
in isole di vento che non sanno
di sapere che l’altrui meraviglia

è leggere nel secchio che assomiglia
tutto lo sporco vivere in affanno
a cavalieri a singolar tenzone.

Profezia

Singole gocce
non si distinguono, frettolose discorrono
entro dighe sociali. Servono diversità
inchiodate nel gelo
per esondare. Il ghiaccio
riprenderà a scalpellare
l’acqua senza forma. Defluirà regolare
d’un immobile corso vitale
liquidità trasparente
nel principio d’indeterminazione – lo stato solido
ripara l’anima
tramortendo le sue lacrime, di fronte a ciò
si ritirano oceani salati. Brilla di folle luce l’occhio
delle statue invernali mute. L’invisibile
sublima, raduna
la tempesta.

Eterno circolare

Baciati dalle spine, sulla tomba
tremano spigoli rotti. I crani
guardano da ante scardinate il bivio
verso la luna dal ghigno rapace.

Il pianto della rondine non svia
la meta nell’eterno circolare
dell’orologio avanti sulla morte
contro il tempo raccolto dell’amore.

Lo stormo fa cadere nell’inganno
l’intermittenza pneumatica al cuore
per smussare alla notte il logorio
che accelera l’incanutirsi al fiore.

Nella camera ardente del futuro
nemici bucano l’uovo in anticipo
profetizzando sempre primavera
nell’equilibrio sconosciuto all’uomo.

Foglio bagnato

La nave folle
non approda, ieri come oggi
nel mare fanno cartello
onde sociali. È sotto il cielo di tutti
la nostra terra lacerata
da feudi e latifondi. L’anima disassata
non ha
bisogno di sé, s’impiglia
dentro la propria rete, ripete il ballo sghembo
del gamberetto. Se l’acqua bolle
s’evapora alle stelle. Come su zattere di legno
credo s’affondi
mai.

Venti reflui
soffiano sull’Atlantico. Trasloca nel Pacifico
il peso d’aria fritta. Lumi fatui
s’accozzano allo scoglio. Il pescato
dentro la pentola
ha lo stesso profumo acre
dal 1789. Ama la prigionia dorata
senz’accorgersi ch’è solamente un tranello
l’olio di cottura.

Ritorno alle mie fioriture azzurre
e dalle nebbie scomposte
conto la leggerezza. Mi cade al suolo
l’anima grave.