Fioritura

La mia croce
è un pesco al sole, il cipresso nuovo
dall’altro lato del vetro.
Mi nuoce
l’alba nell’amplesso gelido
nel suo rinato brusio.
Il rumore non è più lo stesso
e la febbre d’ogni voce s’appresta
alla natura lunare.
E nel canto
la sento crescere, con le radici
nel terreno, assediata
dal silenzio che stritola violento
i boschi ariosi, le tane felici,
le ali ricongiunte alle vallate
come nelle ballate d’un Trecento
il cui fantasma antico
trionfa
lento lento.

Cronaca grigia

Anima piuma – guarita da musica
senti la vita chiamare
la pozzanghera dove sta la luna?
Si ricordano i corvi
appesi al filo di rame
l’agro paese, il campanile festoso,
il pesco rinverdito, il mercato
gremito. La piazza nuda
non ha schiamazzi.
Maschera e guanti, naso sul vetro,
conto l’assenza – gli uccelli gracchiavano,
le auto sterzavano, i fanciulli correvano
nel cortile vicino. In altri luoghi
l’ospedale collassa, il telefono squilla,
l’ambulanza si ferma.
La luna allo specchio – mi ruba
tutto, anche l’ossigeno
a polmoni stellati. Mugola in silenzio
un’aria di sirene.

Canti la vita

Sorsi di luna mi cullano
le ossa. Nella violenza
s’annulla la voce.
Bevo nel limbo la tenebra
vibrando come una cetra, pungendo
come la spina di rovi, come in favole
di principi e draghi.
Questa poesia abbandona
la storia, l’aria nel gioco di morte
che non perdona le stelle, le maschere
nella finzione teatrale.
Canti la vita, la vita che giace
in fioriture contrarie – scritte nel vento
ebbre di linfa di cari
s’ammalano pure le foglie d’argento.
Fatta di luce, non posso non gridare
nell’ingiustizia virale, nel salto nero
la pace abissale, l’ultima cena
prima che tocchi a me
andare.

Vocaboli e vocabolari

Non è la foglia di vecchi soldati
il ramo storpio del canto.
Neanche rumore assonnato
che si degrada nel vento.
Uteri in pietra, addomi di carta,
ossi e diamanti, germogli e letami,
litri di cancro spillati dal sangue – parlano
lingue già morte.
Mento, se dico: la luna non gira
intorno a me. Mani di ferro trascrivono
sillabe, vette di cielo assassinate
dai tempi.
Sbaglio se danzo
sugli alluci? Non dovrei pronunciare
verbi in natura nell’aria di piombo
dove mangiamo, siccome qualcuno
ha scordato vocaboli (vocabolari)
in zona rossa.
Nell’ubriachezza nuoto, nell’asprezza
di vino stagionato. Centellino
l’attesa umanamente.

Limoni e sarcasmo

Non è da me camuffare
di fiori la strada muta, il verso
nella risata solare di morte, il ballo
in maschera fuori.

Spremo – invece – limoni e sarcasmo
e l’acido dello stomaco
cede all’eccesso di zuccheri in pancia
nel brivido fra le tenebre.

Bucce giallastre profumano l’alba
al corto battito asettico,
stormi di lettere e sgorbi d’uccelli
a mani in guanti di ferro.

Parlo, da sola – la treccia di luce mi culla
aprendo nel diario
sceneggiature d’attori sorpresi
nella scoperta dell’ovvio.

Chiedo la luna. Ritorni da me
perché beviamo un caffè.