Sinestesie

Ero sola, viandante nella bruma
della fresca città. Ero sempre
una nave di carta, che le nuvole
soffiavano all’insù. Ero quasi

un arpeggio in la minore seduto
sulla dissonanza d’un parco vuoto
in mezzo ai roveri, sulla memoria
imbiancata. E tacevo – poi, ecco

del Po le risatine sciabordare
e pizzicare le orecchie con viole
d’amore consumate troppo presto,
come le giovani faine e donnole

prima che siano messe nelle gabbie
e poi lente, a morire. Il fiume
si dondolava equo al chiaro dei pali,
dipingeva spirali con pietruzze

e respirava i polmoni a vapore
dei battelli – o era forse la Senna
il caleidoscopio d’albe sonore,
un intrico selvatico, la mente?

E quando sparivano in cielo gli astri
pallidi come altalene fanciulle
tornavano a gorgheggiare colori
dalle voci bellissime. E sola

potevo danzare fra queste sabbie
azzurrine che addolciscono il sogno
d’una vita tesa alla conoscenza
del dolore – e all’esatto contrario

solevo versificare la linfa
di siepi radicatesi nelle arterie
inquinate dell’anima stellante
che sono, e un pezzetto sparuto

mi parlava – e non ero più sola.

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