Sproloquio con brio

Gemmano nell’inconscio fiori in tempesta,
oasi di sereno, immobili deserti.
Nelle tenebre vanno
aeronavi stracolme di sillabe defunte.
Nel giardino la stasi
bacia lune invisibili d’anelli saturnini.
Alle tegole s’ancorano
rande di prue annodate senza senso.
Nella casa le stanze
i torrenti sboccati in neuroni fulminati.
A terra l’immondizia scintilla
dello specchio di ninfee rosee.
Ai fornelli odori di cibi marci sparlano
e sono gorghi d’oceani dolci.
Nel mio corpo le arterie dal cuore ai polmoni
ruscellano al contrario.
Nei ventricoli malformazioni diagonali
sono geometrie vecchie, già viste nei pianeti.
L’aorta a zig-zag devia
a muscoli ed eterni murati alle pareti.
I mattoni sono cellule fuse al cemento
e m’arrampico al tetto per inspirare bene.
L’abitacolo vola
in nubi verdeggianti nella troposfera alta.
Il calore allontana le molecole d’acqua
e livella ogni cosa.
Divengo catafratta
della nebbia di bosco dentro me.
E città nere sfrecciano
sotto il rumore antico, moderno, immortale.
La poesia mi sorregge
in questo delirare con la coscienza sporca.
Il mio sangue
è buio, stanze, fornelli coniugati da rami
nel fiume sincopato che risuona
in mezzo alle ossa.
L’anima ruba tempo rosicando.
Lascio alle spalle, non sapendo quando
io sogni di preciso
né come.