Stigma(te)

Le sigarette
sulla tavola intarsiano vallate e
lo sciabordio deforme

appare in colline bianche e poi luce
l’incendio dentro il sangue evaso
dal caos di nervi disforici

crocifisso da gocce
penetrate nel tiranno infantile e
disintegrata

dall’onnipotenza di questa pioggia
vedo le stelle e
i colori sulla mia pelle e in gola

non so più dove s’accendano fiamme
nel fumo che tracima
dal cielo nel cranio

alle cicatrici senza vestiti.

16 pensieri su “Stigma(te)

  1. cogli bene, in ambiente criptico, lo stato di confusione e disgregazione prepsicotica dove la sofferenza transita dal non elaborato alla autoafflizione e dove lo stesso ciclo timico non è piu solo conseguenza ma diventa modalità esistenziale

    • Ho provato a suggerire la presenza d’oscillazioni, non solo al verso del caos di nervi disforici. In tutta la poesia, c’è un’esperienza “timica” portata agli estremi: io, da autrice, colgo in particolare il contrasto fra l’espressione vedo le stelle e il fumo che tracima. Ognuno, in fondo, coglie aspetti diversi. Tu, però, mi hai reso chiaro ciò che, scrivendo questa poesia, riuscivo a immaginare senza spiegarmi, se non in parte. L’unico mio punto interrogativo è sul perché e sul come diventi modalità esistenziale, e in che senso. A domani, suppongo. Buonanotte e grazie mille, Gentilino.

  2. un brano che tratta un argomento assai delicato come quello dei maltrattamenti ai bambini; ed è quel momento in cui nella lettura ogni singola parola si stampa nella mente del lettore, realizzando una sequela di croci di ogni genere, a generare poesia: comunque non è ermetismo, ma una zona apparentemente illeggibile che sta fra lo scritto e la realtà

    • Hai centrato. Il bambino, però, non necessariamente dal punto di vista anagrafico, nel senso che il “tiranno infantile” è uno stato interiore. Inoltre, ho lasciato di proposito un punto interrogativo tra il maltrattamento e l’auto-maltrattamento (entrambi, nell’intenzione mia). La poesia è “criptica”, a detta di qualcuno “ermetica”, perché, nella mia idea, essa vuole specchiare lo stato di confusione, non solo affettivo, della voce protagonista (come una perdita di ragione, una psicotizzazione, o quasi, avvenuta anni dopo): una struttura mentale “disintegrata”.

      :-*

      • più che ermetica è senza io per definire meglio lo stato del debole che, come precisi, non è necessariamente un bambino

      • Sì. Ho cercato di definire, più che il debole, la debolezza: l’io, debole e narrante, può essere il maltrattato, l’auto-maltrattato, oppure… il maltrattante, che maltratta non sé stesso, forse non più: è come una catena, che si trasmette, di “bambino” in “bambino”.

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