L’imperatrice

Fui concepita sul piano d’esistenza degli astri, come grumo di pensiero, dall’amplesso di due amanti che consumarono il loro tormentato amore durante la prima notte di nozze; era un’estate afosa e sudata. In quell’eterea dimensione tutto era emozione, colore, luce, flusso d’energie, di pensieri diretti alla mia mente senza l’ausilio imperfetto dei linguaggi parlati da individui composti da solida carne. I suoi abitanti erano come me: poco più che nuvole e invisibili ai mortali, dotati d’intelligenza ma senza scopo e sempre in attesa d’un segnale, d’una carica d’energia che avrebbe consentito loro di venire al mondo nel vero senso della parola. Alcuni di loro, però, accettavano di buon grado quel tipo d’esistenza e non aspiravano ad altro: vivevano nelle correnti dei fiumi, nella forza dirompente del fulmine, nel battito della pioggia scrosciante, persino nei cuori degli uomini. Erano il nucleo celato d’Eredroth, il “tutto che esiste”, il suo cuore inviolabile, il suo fuoco sotterraneo.

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Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.
Le foglie, la scorza esterna dei grandi, secolari faggi, le loro ramificate e sinuose legnosità, con addirittura gli arboscelli più modesti a proteggere l’erba piatta e sparuta, ma ancora verde, s’illuminarono di luce fiabesca quando le nubi, spazzate via dal venticello (che iniziava a rombare in un crescendo d’armonie, intonando la volontà dell’universo), abbandonarono il loro posto nel cielo per lasciarlo alle stelle: alle sempiterne, sempre giovani stelle che tutto osservano e tutto conoscono, ma nulla rivelano se non a chi sappia loro domandare con nel cuore la purezza e la saggezza del bene che vince sopra ogni cosa.

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