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Cos’è la poesia – forse, forse l’elicottero in caduta libera nel sangue o una metropoli cosmopolita di zanzare in giro com’astronaute sull’epidermide lunare mascherata di giullari variopinti – i poeti muoiono la notte su bianchezza d’amante. Succhiano gli eterni vampiri il po’ poco di cielo diluito, a bassa quota – l’olimpo di potenza crollato, eoni fa sostituito da divinità plurali, poi dal plurale, poi dal digitale a mo’ di puntura su gluteo senza spazi e senza punteggiature di morte, luce, infinità di senso – perduto lo scrittoio dei servi amanuensi ora notazioni sull’ipad di produzione nuova dietro la zanzariera delle…

Le foglie torneranno più lucenti

Le foglie torneranno più lucenti, dopo l’autunno che da sempre osanna il pigro dormiveglia delle genti d’ogni paese – e la morte danna chi tenta di sfuggirle, è la manna dolce per bocca negli strazi lenti, l’amare delizioso che t’azzanna quasi leccando, configgendo i denti nella sostanza rude delle piante, la morbidezza lungo colli e seni, l’espresso desiderio dei morenti d’eterni sogni d’oro, il diamante sugli occhi spenti, ogni colpo ai reni per labbra sconosciute più lucenti.

Rifiuti di(…)versi

Nell’umido le foglie non più verdi erano tutte di crinali d’oro, l’autunno d’oggi cade – rivelando viscere e frutta marcia già passata dai cieli pigolanti del sorriso, dove ogni luna sottile e contraria urla i silenzi uccisi senz’appello a noi che siamo vermi sradicati da un campo santo cieco che ci vince proprio quando vogliamo sotterrati alberi religiosi scortecciati, eterni ripuliti dalle stelle colati a picco in terra – dilatando un formicaio rosso che s’ingozza e sputa la frattaglia decomposta nell’orto dei vicini.

Pensiero in fasce

La poesia è inconsumabile. […] morirà tutto, la poesia resterà inconsumata. Un autore […] appassionato […] è sempre una contestazione vivente. Pier Paolo Pasolini Dedico il seguente esperimento sillabico al misterioso poeta conosciuto con lo pseudonimo Yoklux, la cui ironia pungente, per usare un delicato eufemismo, mi ha decisamente contagiata, nonché a tutti coloro cerchino di far funzionare i neuroni, facendo “opposizione”. « Il mondo un po’ avariato », io lo vivo centrifugando l’essenziale e l’anima lungo il ruscello bianco fuggitivo trasportato da nervi iperuranici nella miniera dove il canarino misura l’ossigeno in poesia cinguettandomi ogni verso bambino e di ritmici…

(A)simmetria

La poesia che introduco è ispirata, in fase d’inizio, a Dolcezze di Sergio Corazzini, ma il suo contenuto, svoltosi man mano che i versi venivano impilati in successione, è radicalmente diverso, mentre appena somigliante è la struttura metrica. In comune hanno il triste giglio del cielo, dai versi del poeta. Ringrazio Isabella Scotti per avermi involontariamente suggerito questo particolare “esperimento sillabico”. O donna, volevi la croce con l’asfodelo tra le mani e in sangue esiliato a lontani crinali d’oro, senza voce partorivi le grida mute d’orbite senza più una stella ed eri la serva e l’ancella d’eternità misconosciute, duchessa povera…

A Nadia

Ho letto un’altrui poesia che mi ha colpita, senza preavviso: ricevuto il permesso dell’autrice, pubblico la mia, ispirata alla sua. Mi gracidano le ali sulla schiena, d’albatri liberati goffe piume e aghi di ricci tondi sulla pelle dilatano i miei pori chini a stelle, a emisferi di cipressi e di fragole tra le mie anse ingrigite, dentro il fiume d’aria sciolta giocosi ciclamini piangono sotto nuvole di pini arcuati nel mio ventre forse gravido di pazzia che un po’ spaura l’alto nume resosi trasparente nei sentieri, e valli e piante baciano misteri dentro selvagge vene d’una rapida vibrata in do…

Ghirigori ed errori

L’orto del mio antenato risparmiava coltivando patate senz’allori più amore per la terra dei tenori salmodianti alla luna la cui bava nel sangue dell’inverno non colava che su panni di neve, al di fuori d’agri tetti di pietra, nei pudori muti e antichi di quelli capitava esigue foglie secche non spazzate non fossero altro che ori, messe d’arpe o di cembali d’obbligo intonate, filigrane di lusso già impagliate, eppure il contadino senza scarpe faceva magia vera con patate cresciute declinate nella saggezza d’uomo, ma sorgevano sotto lune magre e lui piangeva.

Devianze

La seguente poesia si trova pubblicata anche nel sito del poeta Flavio Almerighi, il cui articolo è: Omero svegliato di soprassalto, inedito e intervista a Irene Rapelli. Non è luce, la luce gocciata sul fogliame è spazzata dall’uomo, passaporto di fame in fila irregolare, addosso al cimitero vagante per le città – chi lo sa, chi lo sa se mai si sveglierà quel fantasma straniero con barba e denti gialli cui vidi un occhio nero. Sorride la carcassa di lampioni e fanali, gra(da)sso portafoglio, addobbato di strass come la notte già sulle camere a gas dorata cantò « urrà, ché…

Epicentri

Stranieri ignoti nel silenzio vanno dove l’anima piuma li seduce, la notte loro brucia, baceranno morti colme di pini in fiore, luce sepolta in vette apicali, l’inganno gemma al sole nei laghi, si riduce la vista, cresce presto un sordo affanno, l’edera dolce al seno, si traduce il flauto inerpicato d’ogni nota, brusio di stelle sbriciolate in bocca, un’onda quasi quasi li distrugge, lenta lenta la musica li svuota, trotta veloce – la tempesta sbocca, nei venti amanti forse più non rugge.

L’albero

L’ipotesi più vera non mi piacque così che la rugiada sussurrata dal fiume oscuro nelle dorate acque rimase solo profonda arpeggiata di volgare poesia, la ballata tra le fronde immortali da cui nacquero le ciliegie e l’aria appassionata a nutrimento del nido in cui giacquero, dopo miti voli, i brusii d’invisibili rami, a occhio nudo punti fiammanti, appesi al soffitto d’azzurri vini cui bere e capii l’orgoglio tracimante del re nudo davanti a folle cieche, il conflitto, la geometria e l’editto rivestito di foglie luminose che ciascun frutto nell’essere pose.

(E)go

In mezzo alle stelle ardo, foglia di pianta che su corteccia segna il dolore che ammanta un’esistenza indegna ma l’uditore incanta e non è mica un dono il lampeggiante suono che dal labbro beffardo canta il dolce abbandono di cui morte è traguardo, l’attore la cui rotta va oltre il soglio ignoto d’una parte interrotta. Il titolo di questa poesia racchiude un po’ di megalomania, non solo il titolo: si tratta d’un mio vecchissimo testo, rivisto e snellito, proprio oggi. Essendo stato uno dei miei primi esercizi di poesia in settenari, la riuscita iniziale fu appesantita dalla metrica, che al…

Vulcano attivo

In me il crepitio che m’annega ulula dentro notturni sfiatati l’esploso brusio di cosmi, tacite mie connessioni sbiancate alla solitudine nera d’azzurri immaginifici perduti insieme a giardini d’ulivi nel fiume d’oro, sordo divenire dell’universo in espansione bollente dentro guanti di velluto già nascondigli per le stelle, preludi arpeggiati di quell’amore che lascia nella mano pugni e briciole.