(Cri)stallo

Vibrando
con le unghie m’aggrappo al seno
salando le ferite, un percorso
di valli e di rocce dentro una mappa
di fiumi, montagne e piane rugose,

un territorio di luna indifesa
dove la bandiera piantata al suolo
è l’America, nuovo mondo, sogno,
è la vena d’oro al fondo d’un corso
in giro dentro le cave orbitali

a mo’ di cometa fagocitata
da un buco nero in nervosa espansione,
eco sinfonica di prati elisi
nell’azzurro immaginario d’un cielo
febbricitante lungo le sinapsi

avvinte e contenute da guaine
delle normalità che dall’esterno
pungono più dolorose di spine
in intercapedini delle dita
piuttosto scivolose addosso al vetro.

Entropia

Scrivo poesie
con una matita di grafite
perché il carbonio è lo stesso
del diamante grezzo,
scrivo poesie
che si cancelleranno a breve
perché ogni mattone della mia casa
prima o poi tornerà
quatto quatto alle stelle,
scrivo poesie
ferendomi alle dita
così che il dolore induca la bellezza
e finestre socchiuse all’eterno
brucino fra le ciglia alla notte
gli inni tessuti nel vespro
immaginandomi astronauta fra viuzze
d’un alberato cielo.


Poesia composta da me un paio d’anni fa.

Rondini

Fraintendo la sostanza muta
d’azzurri lampeggii d’ali
fuggenti alle terre d’un fuoco
di vecchi confini d’amore

e pare un singhiozzo di stelle
marcite in fondali di nulla
per oceani calmi o morti
il sussurro rivolto a me

teso a parlami dell’eterno
perso nel guado del ruscello
colmo d’invidia per gli dei
fatui e silenti d’universi

sordi a quei lumi senza senso
inseguiti dall’uomo

nell’immenso.

Idillio dorato

L’irto profumo tra gli agrumi
russa coi primi sonnolenti
ventosi ruscelli di luna
calati alle brune colline

dentro case dai tetti rossi
quando le arpe di foglie nude
corde di bosco melodioso
vanno suonando quasi in coro

un inno all’estate scrosciante
in ansiti muti di fuoco
e si dice l’amore sia
la natura selvaggia d’uomo

arsa da sospiri di un’ombra
rude celata negli sguardi
accesi reclusi d’un sogno
cui l’aria fremendo sussurra

distanziando le membra colme
ma non anime spose eterne.

Aforisma centrale

L’azzurro nutre l’umana speranza
d’abitare campi vergini in pace

di melodiosi scenari ove tace
il rullo delle armi e la folle danza

degli universi annulla la distanza
tra le loro stelle e l’uomo incapace

di capire il nesso che grida e giace
nelle cose di comune sostanza.

(De)(se)lezione di civiltà

A freddo da serpente cambio pelle
in ambienti ostili alla mia realtà
mutando in squame vicine alle stelle
in fatto di parere una città

nel buio abitato da cose belle
tenute in piedi da elettricità
frusciante dentro sangue chiuso in celle
pilotate contro la verità

e mi sembra d’essere il guscio vuoto
pronto a mangiare il cuore del nemico
deformandosi per quell’occasione

in melma di fiume dal lento moto
dorato nell’ombra che maledico
con il mio stomaco in dilatazione.

All’infinito

Non voglio riconoscermi, lo specchio
illumina pupille larghe, vuote
come nel sogno demente d’un vecchio
della giovane ebbrezza che percuote

membra aride e s’arrossa sulle gote
sussurrandogli indecenze all’orecchio,
e sono per l’asino le carote
le stelle degli oceani in cui invecchio

molle e smorzo diadema d’ossa prono
su fronti lunari, sguaiato sangue
di sillabe emigrate dentro il cielo

nel rumore silenzioso frastuono
o intermittenza di luce che langue
nel flusso che lanciatosi oltre il velo

nutre l’eterno gelo
già nel battito gonfio incastonato
con spazzatura del buio dorato.

Mea culpa

Scrivo attorcigliando nastri di seta
attorno alle cose più singolari,
appigliandomi ad insidiosi fari
di sillabe ferenti la segreta

compassione attraverso pori alari
d’una pelle sciolta come la creta
nella follia di cui sono il teoreta
inchinatosi supino ad altari

di tremolante eterno, la mia meta
scorrente in interstizi antiorari
di pensiero annegato dentro mari
in cui muoio semianalfabeta

tenendo accesi brevi focolari
d’immortale preghiera irrequieta
volta alla notte d’oro del poeta
cadutomi dalle conche oculari.

Parco giochi

Non vengono da sole
stanotte le parole
così vomito aria fritta in bocca
creando impertinenti volumi
in gara coi rivali lumi,
quando poi la sostanza trabocca
capovolgendo azzurri campi
di verità dal profumo agro
il cui raccolto magro
pende sulla mia testa
come pende il mio cappio,
un’altalena lieve
su cui m’adagio scherzando tronfia,
la mongolfiera breve
che prima o poi si sgonfia.

Il grande sparo di cannone

È finta quiete in cui riposare
il caos dentro le neonate braci
— lo starnuto di comuni allergie
del naso divino, il naufragare

in un bicchiere d’acqua quasi pieno
rischiando l’evasione da un confine
di vetro divisore di pattume
straripato più tardi nel rio ameno

del marasma co(s)mico universale
con un botto di capodanno: toh!
È l’ammissione con un vero boh
d’inossidabile ignoranza anale

il peto gigante che sparse attorno
particolato d’atmosfere morte
le quali presero strade contorte
finché la torta non uscì dal forno

e ciò che noi crediamo sempiterno
è miasma di stelle

sputato dall’interno.