fiaba

Sei madrigali e una fiaba

Il gallo non gridò chicchirichì
e le galline mute del capanno
risognarono l’uovo senz’affanno.
Poi giunse l’ominicchio il venerdì
a buttare cicoria per svegliarle
e dopo con i sassi mitragliarle.
Non gli volsi mai frasi da quell’alba
negando l’aria alla sua testa scialba.

Quando l’estate d’ottobre finì
mi portò rose vere, un bel mazzo,
ed io saltai felice e fui un razzo.
Era mattina, il canto scoprì
la coperta di stelle e il poco pane
e quatto quatto poi mi sbirciò il cane.
Facevo dono di fiori a galline
perché la lunga fame avesse fine.

E con le pietre subito tradì
intenzioni moleste e lanciò dardi
finché non fu persino troppo tardi.
Con le mie dita veloci s’aprì
la cinta del pollaio, strepitarono
e tutte eccetto il gallo lo beccarono.
Toccò la dignità: apparteneva
all’animale che per lui piangeva.

Fu salvo e la notte non dormì:
come il gallo strombazzò il ritornello
sussultò povero nervoso agnello.
Fu l’ora in cui venne a sapere chi
era realmente l’uomo che uccideva,
era proprio lui e se ne accorgeva.
Fu vecchio d’improvviso e poi saggio
da non reiterare più l’oltraggio.

Negli anni, a sé stesso proibì
la carne dei pollami e pregò tanto
l’animale di non dire più il canto.
Il re lo fece sempre e lui capì
d’essere un cane solo nel recinto
fuori dall’universo variopinto.
Vomitava di fronte a ogni tuorlo
e di luoghi non varcava più l’orlo.

Al fine vita accadde che guarì
con le miserie e il cuore manomesso
da ogni fatto di passato ammesso.
In morte bisbigliò chicchirichì
e diventò bestiame seppellito
dov’era stato crudele e ferito.
Galline numerose s’affacciarono
e: coccodè, coccodè. Salutarono.