irene rapelli

Cervello fulminato

L’orologio a spasso, l’emmecì quadro
pare una lumaca, la luna va
molto più lenta del cavallo ladro
nella vita, ignoro quanto fa
l’equazione che mette a soqquadro
il cicalino sbilenco del fa
alzando la nota con tutto il quadro
nel trillo d’oca che fa qua qua
farfugliando mentre canta la zeta,
pigolando quando muore una stella,
eccitando la crescenza nel frigo
se mangio elettroni in fase beta
nell’orbitale a forma di ciambella
cui il nucleo va se poi non dirigo
deviando sopra il rigo
con l’energia di più calorie nuove
che m’aumentano gli zeri del nove.

Io zanzara

Non riuscivo in volo. Ali giganti
volevo per alzarmi – arroganza!
Non sono l’albatro in ceppi deriso
ma vengo presa in giro. Concludevo
le ali non fossero altro che pesanti
non giganti. Dopo mi sorprendevo
vista allo specchio. Ero la zanzara
e le ali presunte un po’ troppo forti
ma brutte come quelle d’un demonio.
L’eterno bandito dal paradiso
non ero io. Le ali, mie mie, leggere
strimpellavano l’onomatopea
che morde le carni, e non sapevo
che volare con ali da zanzara.
L’inverso dare ali d’insetto al drago
avrebbe impedito lo stesso il volo.
Non ero il drago né l’uccello grande.
Ero la zanzara, un bel fastidio
illusosi di potere allunare
e parlare con uomini importanti
già pigolati. M’illudevo sempre
di farmi bella bella tra le stelle
ma non ero nemmeno un’astronave.
Io non posso avere rami d’alloro
perché la corona mi schiaccerebbe.
Mi dicevo poeta. Emettevo
cacofonie stridule e rime pessime.
L’inganno s’è dissolto. Io zanzara
sono poesia. Bevo il vostro sangue
sollazzandomi perché tocco pelle
d’altra poesia, poi vi rubo sempre.
Verrò finita la notte da mani
più solide delle mie zampe corte.
Allora, nella morte, sarò versi
per l’umano con la finestra chiusa
e gli alberi rasi e il cielo nell’ombra
perché gli alberi abbracceranno stelle
e la luna martellerà nel cuore
dentro lui, nei punti creati da me.