martelliani

Fra cinquant’anni

La malizia ha le ciglia – è una racchia ingobbita.
La signora s’addobba quasi avesse vent’anni.
La calunnia le sboccia / forse cactus isterico
e punge, continua a mordere la giovinezza fresca.

La ricordavo azzurra / orchidea metafisica,
non seni e colli puri bensì la lucentezza.
Nasceva come me – una perla di loto
con la bocca socchiusa / alla dolcezza piuma.

Sono umile per vizio. Niente ho io di speciale.
Né tinta, né rossetto, né cipria, né matita,
né stelle, né cortecce, né fiori dai letami.
Lunare, troppo bianca, più di raggio solare.

La mia pelle ha le grinze – le prime a comparire.
Di sogno in sogno prego dèi cui non credo mai
perché non si rovini la chiazza generosa
sono ora per la terra. Io sono erba pulita.

Cambierò nella vecchia / seduta sulla panca
in riserva alla vita per calciare la morte
scambiando per le stelle / i palloni da gioco
e lapidi per nozze di talami d’argento.

Sarò altra, sarò nuova, mi farò donna mobile.
Finirò piante grasse se ci riproveranno.
Sarò ortica crudele di sterpaglie al veleno
e canterò alla notte, parlando con i segni.

Sarò polline gravido nella stagione eterna.
Sarò germoglio secco in mezzo al cancro nero
e spira acuminata di petalo di cielo.
Dilanierò nemici per l’anima di figli.

Le stelle ed io temiamo l’appassimento svelto.
Farfuglierò – allora – tra le ciliegie e pesche
quanto il velluto mio fosse simile al loro.
Calunnierò – allora – gracchiando più dei corvi.

Oppure truccherò di roseo fondotinta
le cicatrici pallide sullo sterno, fra costole
e proverò vergogna più per le zone sane
e non per la gramigna che infesterà il mio prato.

Magari tornerò bambina nel cervello
slittando sulla neve / così mi rimarrà
un punto bianco solo – un’isola felice
circondata dal male / e nient’altro che quello.

Piccola sinfonia

La foglia mima lampi di silenzio, di vita
e danza la sua quercia nell’abbraccio del cielo.
Va a fuoco l’ebbro sangue di corvi e gazze ladre
e si droga di stelle l’abisso cui rubare.

È notte, come sempre si piomba addormentati.
È tardi per cambiare le rime scintillanti.
Non so nemmeno i giorni trascorsi con la fame.
È tardi per mangiare le briciole turchine.

È il sole a straripare nei sogni cigolanti.
È porta spalancata il raggio che s’alluma.
È serpe nel cespuglio la rosa che profuma.
È spina della carne la mia anima in subbuglio.

Poi tintinna la sveglia, si fa mattina già.
Il carillon dice anche — presto qui, presto là.
Mi tormenta ronzando sul bemolle d’un La
una mosca nell’aria, cantando — trallallà.