Il rumore di fondo

Buondì,
mia cara analista.

Mi scuso per il ritardo: eravamo rimaste intese sul fatto che avrei dissertato sul cosiddetto “rumore di fondo”.
Penso che sia opportuno, per prima cosa, definire ciò che intendo: per me, il rumore di fondo è ciò che resta, nella persona, della percezione della risonanza generata dal subbuglio delle emozioni (siano queste ultime provocate dal mondo interiore oppure dalla realtà circostante), quando la persona in questione si sia abituata a uno stato di stasi nel ricevere segnali (interni o esterni) che possano provocare una reazione emotiva.

Secondo me, chiunque permanga in uno stato di stasi (che può essere l’isolamento perenne come la costante esposizione alle relazioni sociali) rischia che la propria risonanza emozionale s’appiattisca verso il basso, tendendo a zero: rischia, in altri termini, di non riuscire più a percepire la propria affettività, ma solamente una sensazione di vuoto.
Onde evitare quest’appiattimento, cioè per continuare a sentirsi vivere, la persona in questione, che sia un animale sociale o un eremita, deve riuscire a trovare un equilibrio tra solitudine e socialità.Continua a leggere

L’imperatrice

Fui concepita sul piano d’esistenza degli astri, come grumo di pensiero, dall’amplesso di due amanti che consumarono il loro tormentato amore durante la prima notte di nozze; era un’estate afosa e sudata. In quell’eterea dimensione tutto era emozione, colore, luce, flusso d’energie, di pensieri diretti alla mia mente senza l’ausilio imperfetto dei linguaggi parlati da individui composti da solida carne. I suoi abitanti erano come me: poco più che nuvole e invisibili ai mortali, dotati d’intelligenza ma senza scopo e sempre in attesa d’un segnale, d’una carica d’energia che avrebbe consentito loro di venire al mondo nel vero senso della parola. Alcuni di loro, però, accettavano di buon grado quel tipo d’esistenza e non aspiravano ad altro: vivevano nelle correnti dei fiumi, nella forza dirompente del fulmine, nel battito della pioggia scrosciante, persino nei cuori degli uomini. Erano il nucleo celato d’Eredroth, il “tutto che esiste”, il suo cuore inviolabile, il suo fuoco sotterraneo.

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Al mio signore

Il successivo brano di narrativa e di fantasia contiene immagini esplicite attinenti alla sfera dell’erotismo.

Si è pregati di non proseguire con la lettura, in caso di minore età (come la giurisprudenza mi obbliga a dire) oppure di contrarietà rispetto all’argomento: continuare la lettura del testo a seguire comporta il fatto d’acconsentire, consapevoli del rischio d’un eventuale turbamento emotivo sgradito.

Ho assolto ai miei obblighi legali. Buona lettura, in caso.

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La mela

Dopo un solo morso, l’effluvio dell’estate era dolcissimo, con abbondanza d’alberi maturi, dai frutti succosi, lungo le rive cantanti dell’allegro fiumiciattolo nei giardini. Ogni specie (dalla rana salterina e giuliva alla carpa che boccheggiava sul letto del corso, dal lupo ombroso alla timida pecorella bianca, dalla volpe astuta alla lepre fuggitiva, dalla capretta sognante al delicato filo d’erba che la prima non avrebbe mai mangiato) era in armonia con le altre, né aveva necessità di nutrirsi per fame, di bere per sete, oppure di costruire un riparo dal vento, dalla pioggia o dal troppo sole, né di nascondersi dai predatori in cima alla catena alimentare, né di coprire la nudità del corpo, né di costruire rifugi ove riposare. Non v’erano bisogni, né il giorno e la notte erano diversi tra loro, poiché i pensieri dell’uomo e della donna sarebbero bastati, da soli, a far comparire le stelle nel cielo pulito. Non v’erano odori sgradevoli, ma solo delicate fragranze d’ulivi in fiore. Non era morte, non era nemmeno vita. Suppongo tu abbia già compreso come fosse una noia immane per tutti, con l’aggravante di durare per sempre. Come il dipinto d’un famoso pittore: meraviglioso, immobile.Continua a leggere

Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.
Le foglie, la scorza esterna dei grandi, secolari faggi, le loro ramificate e sinuose legnosità, con addirittura gli arboscelli più modesti a proteggere l’erba piatta e sparuta, ma ancora verde, s’illuminarono di luce fiabesca quando le nubi, spazzate via dal venticello (che iniziava a rombare in un crescendo d’armonie, intonando la volontà dell’universo), abbandonarono il loro posto nel cielo per lasciarlo alle stelle: alle sempiterne, sempre giovani stelle che tutto osservano e tutto conoscono, ma nulla rivelano se non a chi sappia loro domandare con nel cuore la purezza e la saggezza del bene che vince sopra ogni cosa.

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