narrativa

La mela

Dopo un solo morso, l’effluvio dell’estate era dolcissimo, con abbondanza d’alberi maturi, dai frutti succosi, lungo le rive cantanti dell’allegro fiumiciattolo nei giardini. Ogni specie – dalla rana salterina e giuliva alla carpa che boccheggiava sul letto del corso, dal lupo ombroso alla timida pecorella bianca, dalla volpe astuta alla lepre fuggitiva, dalla capretta sognante al delicato filo d’erba che la prima non avrebbe mai mangiato – era in armonia con le altre, né aveva necessità di nutrirsi per fame, di bere per sete, oppure di costruire un riparo dal vento, dalla pioggia o dal troppo sole, né di nascondersi dai predatori in cima alla catena alimentare, né di coprire la nudità del corpo, né di costruire rifugi ove riposare. Non v’erano bisogni, né il giorno e la notte erano diversi tra loro, poiché i pensieri dell’uomo e della donna sarebbero bastati, da soli, a far comparire le stelle nel cielo pulito. Non v’erano odori sgradevoli, ma solo delicate fragranze d’ulivi in fiore. Non era morte, non era nemmeno vita. Suppongo tu abbia già compreso come fosse una noia immane per tutti, con l’aggravante di durare per sempre. Come il dipinto d’un famoso pittore: meraviglioso, immobile.

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