Assiomi

Guardami, l’oscurità veste
i capelli di maestosa
innocenza. Come una spugna
cancella le parole bianche
alla lavagna. Annodata
a stelle sull’oceano
trascinandole mi fa annegare
la voce nell’inferno.

Ascoltami, la mia ombra
è il rumore che mangio. Il delirio
mi segue, mi torce
il corpo in una sinestesia
dal cielo alle ossa. Si nasconde
nel sangue come una ladra
la nota pallida
del mio non essere.

Coraggio! Acciuffami
nel buio: annusami, tormentami
e poi lasciami
tornare nell’illusione dorata.

Il paradosso del gatto

A volte, nella scatola
schizzi e gorghi anestetizzano
luci, mie nel silenzio – in quelle
fiamme accese sott’acqua
bruciano canti uccisi dal rumore, sfiorisce
lo scorcio nell’eterno
infinitesimale, nel vulcano
spento, nella voce che riposa, ricama
la crepa tenebrosa che mi piaga
il corpo di buio glaciale.

L’azzurro m’imprigiona
in una nebulosa. Perché non il verde? O il rosa?
Più colori mi sembrano vivaci, da qui.
In questa leggerezza
è un gioco sfare con la torre
lo scacco al re. Sono troppo orizzontale
o verticale, ruotando la scacchiera
mai che riesca a diventare la diagonale
fra cielo e terra.

Sfido la morte
per ora assente. Il suo è un obliquo
ghigno universale. Ho lasciato
cadere tutto, al suolo
sotto una croce appassita nel sangue
con il delirio venga scalpellato
l’epitaffio vivente.

A volte, dietro gli occhi, c’è la luna
della follia. Mi cerca
sempre lei cui rispondo, ma il telefono
è staccato. Scrivo messaggi
che leggeranno i figli rinnegati
dell’utero scintillante
quando mi verrà a chiamare
di persona miagolando.

Una stella dopo l’altra

La civiltà dei lumi spenti
non riconosce
l’urlo ai volti neri. Non c’è spazio
sul treno scoppiato
per schiavi d’importazione, è già occupato
anche da parassiti.

Qualcuno si ripete
fra i denti « Non c’è spazio, usino
per la memoria
i colabrodi nel mare. Mangino
pomodori scartati alla raccolta. Siano pagati
con l’aria del respiro. Dormano
in un capanno diroccato. »

Muoiano
senza figli – pensa – perché non finiamo
capovolti. Il sangue chiama
nuovo sangue, terra su terra, una stella
dopo l’altra, negli stessi
luoghi infernali del passato.

Già bruciano come il sole
di campi di lavoro
invisibili ceppi ai piedi in pagine d’ombra
di capitoli bianchi.

A un anonimo

Fratelli, sto per cantare ebbre e lievi
partiture innaffiate a fine maggio.
Sto per incorniciare fiori brevi
con un esiguo, scricchiolante raggio
in controluna. Attendo si levi
la bruma celestina sopra il faggio
cui affidare i miei sogni primevi
perché s’affaccino all’incerto viaggio.
Fratelli, voglio mi si baci solo
con luce e tenebra di puro verbo.
La leggerezza che vesto traduce
le stelle nella pelle, mi conduce
ad annusare il volto ancora acerbo
d’un fiore che si stacca presto in volo.