Il paradosso del gatto

A volte, nella scatola
schizzi e gorghi anestetizzano
luci, mie nel silenzio – in quelle
fiamme accese sott’acqua
bruciano canti uccisi dal rumore, sfiorisce
lo scorcio nell’eterno
infinitesimale, nel vulcano
spento, nella voce che riposa, ricama
la crepa tenebrosa che mi piaga
il corpo di buio glaciale.

L’azzurro m’imprigiona
in una nebulosa. Perché non il verde? O il rosa?
Più colori mi sembrano vivaci, da qui.
In questa leggerezza
è un gioco sfare con la torre
lo scacco al re. Sono troppo orizzontale
o verticale, ruotando la scacchiera
mai che riesca a tracciarmi diagonale
fra cielo e terra.

Sfido la morte
per ora assente. Il suo è un obliquo
ghigno universale. Ho lasciato
cadere tutto, al suolo
sotto una croce appassita nel sangue
con il delirio venga scalpellato
l’epitaffio vivente.

A volte, dietro gli occhi, c’è la luna
della follia. Mi cerca
sempre lei cui rispondo, ma il telefono
è staccato. Scrivo messaggi
che leggeranno i figli rinnegati
dell’utero scintillante
quando mi verrà a chiamare
di persona miagolando.

Una stella dopo l’altra

La civiltà dei lumi spenti
non riconosce
l’urlo ai volti neri. Non c’è spazio
sul treno scoppiato
per schiavi d’importazione, è già occupato
anche da parassiti.

Qualcuno si ripete
fra i denti « Non c’è spazio, usino
per la memoria
i colabrodi nel mare. Mangino
pomodori scartati alla raccolta. Siano pagati
con l’aria del respiro. Dormano
in un capanno diroccato. »

Muoiano
senza figli – pensa – perché non finiamo
capovolti. Il sangue chiama
nuovo sangue, terra su terra, una stella
dopo l’altra, negli stessi
luoghi infernali del passato.

Già bruciano come il sole
di campi di lavoro
invisibili ceppi ai piedi in pagine d’ombra
di capitoli bianchi.

A un anonimo

Fratelli, sto per cantare ebbre e lievi
partiture innaffiate a fine maggio.
Sto per incorniciare fiori brevi
con un esiguo, scricchiolante raggio
in controluna. Attendo si levi
la bruma celestina sopra il faggio
cui affidare i miei sogni primevi
perché s’affaccino all’incerto viaggio.
Fratelli, voglio mi si baci solo
con luce e tenebra di puro verbo.
La leggerezza che vesto traduce
le stelle nella pelle, mi conduce
ad annusare il volto ancora acerbo
d’un fiore che si stacca presto in volo.

Metafore d’accatto

Il ragno cuce trappole d’argento
in cui s’incastra l’esca fiduciosa
come l’inganno prende il sopravvento
nel cielo in cui la luna si riposa.

L’insetto che si ficca disattento
scopre la rete essere mostruosa
come il finale dal buio lamento
che parla in una stella luminosa.

Così lucciole giocano nel vento
illudendo l’estate di qualcosa
che uccide nell’autunno il suo frammento
di gioventù colorata di rosa.

Così normali fiori senz’accento
mentono all’ape troppo rumorosa
per fare caso al nudo sentimento
che bolle per la natura chiassosa.

Ed io giungo a scavare nel fermento
con l’arte d’una fiamma tenebrosa
che non muore sott’acqua, nel cimento
dell’abisso che m’ha fatta sua sposa.

Pare quasi un amico il firmamento
rivolgendo deliri all’ambiziosa
che poi traduce dal ghigno contento
una leggerezza pericolosa.

Canti mozzi

Canti mozzi perlustrano la notte
rubando paccottiglia nelle reti.
Raccolgono nel secchio gli alfabeti,
i codici e le formule ridotte.

Come figli abortiti, come feti
nell’utero aspirato dalla notte
interpretano folli Don Chisciotte
disintegrando regole e divieti

e la notte li assorbe, li scompone
in isole di vento che non sanno
di sapere che l’altrui meraviglia

è leggere nel secchio che assomiglia
tutto lo sporco vivere in affanno
a cavalieri a singolar tenzone.