Opera

Tra le foglie del cielo s’è parlato
di vivi e morti – i secondi più
presenti. Gli uni hanno poi scalpitato
ed è stato al turno di muti blues
il contrappunto all’urlo nello stato
dell’immenso non essere. Laggiù
l’estasi aliena orchestra uno sfrontato
piatto d’argento. Come a tu per tu
s’agitano da sillabe riarse
le interpunzioni illogiche di cose.
Rompendo tabù ogni ramo spezzato
scalpella carni nel marmo stellato,
forse le spine dei guanti di rose
per anime al debutto di comparse.

Non rispondi

Pronto – dopo lo squillo – a morire
poco per volta, come la cicala
d’estati nell’amore che a sfiorire
in eterni e assurdi cieli, senz’ala
a cedere le zampe e seppellire
l’angoscia, s’addormenta mentr’esalano
profumi ingialliti a mai finire?
Se crolli nel letargo ti pugnala
la sensazione che stia per capire
virgole nere del sole ch’emani.
Verrà il gelo nel sangue a ricordarti
ciò che la tenebra contiene in spire,
l’azzurro precipizio che le mani
votano a stelle cui abbandonarti.
Fratello, non gettarti.
Le scarpe sull’abisso del tramonto
cadono altrove, se tu parli. Pronto?

La maschera

Nell’orecchio la calma di tempeste,
urla sguaiate di giullare. L’arte
si fa a coltellate — idre a più teste,
occhi famelici, sberleffi in parte,
nudità inconsce girano le carte
servendo in tavola le risa meste
di stelle non brillanti. Va’ su Marte
clown rampante in cerca d’autore. Queste
parole tuonino nell’universo.
Sei un milione, qualcuno dei molti
tromboni d’oro sotto l’acqua ardente
che suona nella mente. Ho già perso
luce a mirare specchi e rami incolti
dei multipli dell’uno ch’è il tuo niente.

Rosicchiare ossi

Iena, bevi il mio sangue. Per la strada
scintilla l’occhio all’urlo degli agnelli
sacrificati al branco. Fauna brada
percorre saltellando su mantelli,
maschere e smalti, così si dirada
la nebbia dal silenzio. Tra gli uccelli
l’avvoltoio mi scruta. Non accada
che rimasugli di note e acquerelli
recisi dalla carne siano persi.
Non rimanga che il vuoto nello sguardo
di cacciatori alla mercé di preda
che altri non è che l’ago dentro i versi
rigirando le carte nell’azzardo
di laghi in fiamme, senza che tu veda.

Frecciata

Ouverture! Dopo
mira l’arco
di Giovanni femminile
l’acuto martello della Regina della Notte
al turno di Zerlina.

Se così fan tutte
i sarti al metro rifanno la misura.
Di’ Don, dan
campane in svendita al mercato?

In ginocchio dall’Imperatore, il nome
ignoro, interdetta
direi in tedesco l’italiano.

Non è meglio per te, più di moda
la finzione ai posteri
che a uccidere l’Artista
sia il Salieri?

Ora va’, calabrone
tedioso: a destare
del Commendatore il riposo.

Fa’ la riverenza,
fa’ la penitenza, tu sei Figaro, non
dal 1826 «L’Figarò».