Un uomo

Parla. Lo fa da solo, quatto quatto
fra i clacson e le albe del triste foro.
Passeggia nel vicolo muto coatto
in cerca d’un ramoscello d’alloro
nella nettezza urbana, o d’un fatto
che dica altre rime, lontan dal coro
che mise la metrica sotto sfratto
senza badare al pubblico decoro.
Nel parco comunale la sua panca
si colora di siepi arse e di vento
e l’ebbro canto per la nebbia brada
sveglia gli usignoli e la luna bianca
e segue le stelle nel firmamento
ma si veste di cartone per strada.

Il niente

O poesia regina, o fiammante
passero fra le tante
correnti d’aria piene nel frastuono
dei lampi, o ultimo pensiero errante
prima del sonno aliante,
ascolta le foglie e il pallido suono
dai seni della collina tua amante.
Mormora un poco andante
un messaggio alla luna sotto il trono
e ti chiama pregandoti un viandante
per la quïete urlante
senza curarsi più del tuo abbandono.
O mia sinuosa tenebra, rispondi
presto, tu che confondi
le maree, tu che sei l’arpa eterna
che l’universo iberna
canta prima che la terra sprofondi
nel muto abisso che il niente governa
e pace non alterna
al conflitto, prima che lama affondi
nella carne dei mondi
e nella lancinante voce interna.