Sulla poesia

Trema con la moneta che rigiro
fra i pollici l’idea
lucente ed abissale d’un sospiro
rubato al divino. Sepolta
nell’inconscio
senza contraddizioni vaga l’ombra
dentro l’abito mentale – un cappotto bianco
metafisico che accerchiando
l’infinitesimale
dà senso al movimento
universale.

Rompo la stoffa, m’assale il barbaro
onirico sciabordare
senza legge – nel cielo reale
che illumina l’ombra lo spaziotempo
s’incastra nella rete
binaria dell’uno inchiodato alla tesi
e nello zero il sogno
che rimane.

E poi
lanciando la moneta, delirando
e sparando al disco centro
l’una e l’altra probabilità – immanente
e trascendente, divino e mortale, adulto
e bambino, l’essere duale
di natura
virginale e sensuale.

Disordine

Accatasto i rifiuti
dell’utero di cielo, strappo e brucio
con la luna sulla punta del dito
note sull’invisibile, l’effimero
giardino eterno, la violenza
oltre recinti di cristallo.

La torre di marciume
emana dolore sbiancato, disegna
nel silenzio degradato, come sott’acqua
il viso cereo d’un annegato, impregna
di poesia traumatica il cuore
parallelo alle labbra.

La notte circola, scollega
dalle mani come una vecchia pelle
il lenzuolo di stelle sbeccato, dallo scarico
l’infinito azzerato
che libera nel sangue il corvo
prigioniero in una gabbia.

Assiomi

Guardami, l’oscurità veste
i capelli di maestosa
innocenza. Come una spugna
cancella le parole bianche
alla lavagna. Annodata
a stelle sull’oceano
trascinandole mi fa annegare
la voce nell’inferno.

Ascoltami, la mia ombra
è il rumore che mangio. Il delirio
mi segue, mi torce
il corpo in una sinestesia
dal cielo alle ossa. Si nasconde
nel sangue come una ladra
la nota pallida
del mio non essere.

Coraggio! Acciuffami
nel buio: annusami, tormentami
e poi lasciami
tornare nell’illusione dorata.

Il paradosso del gatto

A volte, nella scatola
schizzi e gorghi anestetizzano
luci, mie nel silenzio – in quelle
fiamme accese sott’acqua
bruciano canti uccisi dal rumore, sfiorisce
lo scorcio nell’eterno
infinitesimale, nel vulcano
spento, nella voce che riposa, ricama
la crepa tenebrosa che mi piaga
il corpo di buio glaciale.

L’azzurro m’imprigiona
in una nebulosa. Perché non il verde? O il rosa?
Più colori mi sembrano vivaci, da qui.
In questa leggerezza
è un gioco sfare con la torre
lo scacco al re. Sono troppo orizzontale
o verticale, ruotando la scacchiera
mai che riesca a tracciarmi diagonale
fra cielo e terra.

Sfido la morte
per ora assente. Il suo è un obliquo
ghigno universale. Ho lasciato
cadere tutto, al suolo
sotto una croce appassita nel sangue
con il delirio venga scalpellato
l’epitaffio vivente.

A volte, dietro gli occhi, c’è la luna
della follia. Mi cerca
sempre lei cui rispondo, ma il telefono
è staccato. Scrivo messaggi
che leggeranno i figli rinnegati
dell’utero scintillante
quando mi verrà a chiamare
di persona miagolando.