Incendio

Il piacere deruba
i ranuncoli acerbi che la bocca
esilia a maestose, tremule
follie che scivolano
dal collo al seno della parola.

Dove sono? Non c’è
oltre il miocardio
cuore di sillabe malferme
che domini ombra nuda
e spogli l’innocenza, dov’è la poesia?

Schiudo, nella fiamma assoluta
assordante del superfluo, il crepito
resistente sott’acqua
all’erosione che leviga scheletri
di vibrazioni eterne.

Scavo nell’interstizio
baciando il silenzio afrodisiaco
che genera l’azzurro
sacrificando ciò che non affiora
del fiore che non sfioro.

L’impossibile

Mi sento cingere dietro
le pagine d’un nascondiglio
di siepi di mani
nervosamente annodate, nell’estate
che strugge e consuma
l’incendio in bocca e negli scheletri
la vibrazione eterna.

A lento bollore
anniento il bisogno d’ali chiare di luna
spegnendo palpebre chiuse
nell’azzurro rosato dove la fantasia
e l’assenza spalancano di un’agra
bianchezza in fiore, nell’infanzia deserta, persiane
al cuore d’oblio.

Sei l’impossibile
padre sgrammaticato di sillabe incerte
nel chiasso gelido
d’oceani furibondi, la copertina
orfana d’un taccuino, l’occhio limpido
che indaga nella polvere
le clessidre finite.

Opacamente scinde
il nostro sangue leggero
l’ossimoro teatrale nell’opera ingenua
dell’abbandono
il cui fraseggio esilia
nell’aria decadente due preghiere fumose
all’altare della poesia.

[ Dedicata a S.C.
futuro collega
che mi ha soprannominata Ermengarda
con affetto e simpatia ]

Metacanto

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Ho passato circa un anno e mezzo, più o meno, a scrivere le poesie contenute in questo libro, per quanto la maggior parte di esse sia nata tra marzo e giugno di quest’anno. Sono emozionata.

Ringrazio, senza fare nomi, chi mi è stato vicino e mi ha incoraggiata costantemente, testardamente. Ringrazio i miei lettori, di cuore. Con un sorriso, l’ennesimo ma diseguale, per ora mi congedo.

Sinestesia

Il cuore sento rubare
al buio gemiti pallidi
di foglie e scheletri in fuga, mi pare
il canto legga
l’inutile anima quando la mano tenebrosa
della morte acciuffa il fiore bianco
ch’esce di bocca.

Delirando traduce
la luna immobile. Tace allo specchio
sottilmente ferale
l’idea d’aspettare ancora, ancora
per dare tempo al crescendo di trovare
la forma adatta a baciare in volo
l’eterno dopo le stelle.

Lo scoppio gelido
d’atrii e ventricoli brucia diminuendo
ritmi sconnessi allo sterno
di cui aro fantasmi
nelle vene con l’ombra del cicalare
immaginario di sillabe
traditrici d’amore.

Ergastolo bianco

È spazzatura
del canto dorato nel sangue
il buio che germoglia
dall’ergastolo bianco. Ogni volta che
si rinnova la luna immaginaria
riassume pagine immense, firmando
il foglio vuoto con la cifra
esponenziale dell’assurdo
cielo che l’imprigiona in una gabbia.
La chiave è dolore
perduto a contemplare l’assoluto
niente ch’emana
profumo stinto di sfioriture uguali
nella vita e nella morte.