A zero

L’urlo del monte, i raggi del sole
nascosti dietro creste verdi
e sagome nere, denso chiarore
il calmo abbraccio della luna
e dormi felice, fra i sogni perdi
amare rughe nel pallore
e una sorte strana a me t’accomuna
nel vespro che fredda le gole:
di non aver speranza, né amore,
di non trovar scintilla alcuna
fra gli uccelli che la natura vuole
nomadi in cieli sempreverdi
e come usignolo senza tribuna
canti le grida terraiole,
i miseri atti, l’aria che disperdi
alla morte, a quell’amore.

Luce selvaggia

Nella giungla metropolitana
inseguo leoni, aquile e orchidee

aprendomi
all’azzurro spazio musicale
come l’atavica belva in gabbia,

dimenando
gli arti, così che le piume
scendano sulle città degli uomini,

cullandomi timidamente
nel più lento sciabordio
dei ritmi antichi

e non so
dove sia l’anima inflazionata
nei cori furtivi straparlata

quando sugli attori mascherati
cala il siparietto brusco dei rombi
e il melodramma si chiude

in uno scalpicciante fuggi fuggi.

Silenzio

Il canto della civetta di notte
m’illumina mentre lottano i versi:
le grida soavi sono ridotte
a echi lascivi su campi dispersi.
Agre pause – poi gli inni urlano a frotte,
tamburellano in corpo gli altri versi,
nati inumani, da labbra sedotte,
da arterie mortali fra gli universi
e quando mi volgo in cerca di stelle
una torma di speranze m’assale
però non trovo né un dio né quelle
mani tese alla terra d’ogni male.
Un brivido s’infuoca nella pelle:
mi svegliano fremiti di cicale.