racconto

Il parlamento degli animali

Duecentoquindici anni addietro lungo la linea del tempo, un altro bosco d’una dimensione molto lontana da Eltair fremeva, marcio d’umidità: ancora piovigginava dal cielo sporcato e nascosto dai cirri ad altezze vertiginose, ma gocciole minute, catturate da giganti fronde, correvano leste nei canalicoli ricavati naturalmente dall’accostarsi casuale di foglie e ramoscelli per poi depositarsi in fiumare di fanghiglia dopo aver percorso la corteccia, oppure tamburellavano sulle teste di sfortunate formiche rimaste fuori all’aperto per qualche assurda ragione.
Il vento respirava docilmente, spruzzando altra acqua qua e là e deviandone il corso, inclinando la retta via della pioggerella autunnale.
L’immensa foresta echeggiava di vita pulsante: gli animali di taglia piccola, media e grande godevano del calore e dell’affetto delle proprie famiglie, rinchiusi in tane faticosamente costruite durante la stagione appena trascorsa, accucciati in maniera confusionaria; di tanto in tanto, un pigolio stridulo di prole affamata e infreddolita svelava la presenza di merli e d’altre razze d’uccelli, avvolti nei loro robusti nidi sulle sommità possenti ma ben riparate dei faggi; una lepre trotterellava in giro, in cerca della propria casa e del riparo dalle fiacche intemperie, ma, trovandola, finalmente sorrideva gioiosamente prima d’infilarvi il muso con vivace allegria.

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Il rumore di fondo

Buondì,
mia cara analista.

Mi scuso per il ritardo: eravamo rimaste intese sul fatto che avrei dissertato sul cosiddetto “rumore di fondo”.
Penso che sia opportuno, per prima cosa, definire ciò che intendo: per me, il rumore di fondo è ciò che resta, nella persona, della percezione della risonanza generata dal subbuglio delle emozioni (siano queste ultime provocate dal mondo interiore oppure dalla realtà circostante), quando la persona in questione si sia abituata a uno stato di stasi nel ricevere segnali (interni o esterni) che possano provocare una reazione emotiva.

Secondo me, chiunque permanga in uno stato di stasi (che può essere l’isolamento perenne come la costante esposizione alle relazioni sociali) rischia che la propria risonanza emozionale s’appiattisca verso il basso, tendendo a zero: rischia, in altri termini, di non riuscire più a percepire la propria affettività, ma solamente una sensazione di vuoto.
Onde evitare quest’appiattimento, cioè per continuare a sentirsi vivere, la persona in questione, che sia un animale sociale o un eremita, deve riuscire a trovare un equilibrio tra solitudine e socialità.

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