Poesie

Cervello fulminato

L’orologio a spasso, l’emmecì quadro
pare una lumaca, la luna va
molto più lenta del cavallo ladro
nella vita, ignoro quanto fa
l’equazione che mette a soqquadro
il cicalino sbilenco del fa
alzando la nota con tutto il quadro
nel trillo d’oca che fa qua qua
farfugliando mentre canta la zeta,
pigolando quando muore una stella,
eccitando la crescenza nel frigo
se mangio elettroni in fase beta
nell’orbitale a forma di ciambella
cui il nucleo va se poi non dirigo
deviando sopra il rigo
con l’energia di più calorie nuove
che m’aumentano gli zeri del nove.

Poesie

Coccodè

Il trapano: mi penetra le orecchie | il suo martello cupo. Nella psiche | si fa presto martirio, le formiche | rosicchiano meningi, catapecchie | dove ha spazio il pensiero. Poi le vecchie | sulla panca d’una chiesa pudiche | additano il piccione, le molliche | gettate da qualcuno, e parecchie | mi si fanno vicine in quanto giovane | senza rispetto. Latrano: che rime, | ci sembrano patate nella cesta. | Poi sembra che una mi stacchi la testa | ed io corro veloce, poi m’opprime | il bercio torbido verso la giovane | presa per tale: Gio-va-ne! | Un nembo canta pioggia che m’è affine | ma rischio la sorte delle galline.

Poesie

Incipit

Mi stufo quasi d’argentei sonetti
svolti come la rima altalenante
semidecorativa dei quartetti
d’un Vivaldi, il grido petulante
in onomatopee degli archetti,
il ricamo invernale un po’ a sé stante,
la grande foga di quei poveretti
esecutori del gallo ruspante,
più che il trattore con la motosega
vorrei il chirurgo con un’iniezione
intrapsichica forsennata d’arte,
esclamo spesso ‘ehi chissenefrega’
di scale tonali nella canzone,
si provveda a stracciare questa parte
incendiando le carte
di poker secolari già caduti
su assi nel gabinetto — e saluti.

Poesie

Es_tesi

Semino nell’orto frutti rubati
a scrittori di grandi querce d’oro,
domino istinti non incanalati
in cestini di rametti d’alloro,
isolo ombre, punti e nembi dal cielo
raccogliendone l’armonia, li sfioro
quasi quasi, imprimendo sul telo
echi informi in macchie e il fiume sonoro
va nel rumore dell’inconsistenza
ai piedi di qualche capolavoro,
e sebbene innaffi con insistenza
sono pomodori e non pomi d’oro
gli applausi alla mediocre insalata
che prude al bordo d’una statua beata.

Poesie

Luglio

Non è l’inferno. La temperatura
supera i 30, diretta ai 40.
Chi può va via, là dove la frescura
s’accoppia al mattino al gallo che canta.
Qui, la sera, l’ubriaco si schianta
o brinda per ore senza paura
che la nonna l’innaffi (grande santa)
con insulti veementi – censura.
Chi può va via. Più spesso fugge al mare
che nell’alcova d’un gallo cantante,
ma ben poco m’importa, oh, davvero.
Mi diverte lo strazio ohibò sincero
di chi poi torna alla città rombante.
Gli dirò, a lettere molto chiare:
« Conscia il viaggio sia l’altro naufragare
resto tra le zanzare. »

Poesie

Sonetti in settenari

Avevo scritto, nello stile delle poesie da me pubblicate nel mese d’aprile e con lo stesso sentimento, un sonetto, il seguente, che pubblico ora, a motivo di quello a seguire.  Non ho scritto poesie, difatti, in maggio, salvo una, fresca fresca, che circoscrive, in un certo senso, l’assenza.


Pesce

Fattosi or ora il danno,
scariche le mie pile,
in requie senz’affanno
smarritosi lo stile,
or ora se ne andranno
queste rime d’aprile
e quando lo faranno
vomiterò la bile,
ma per ora io canto
in settenari smorti
un sonetto accidioso
e il vento grida afoso
nei righi troppo corti
d’un solitario vanto.


Ora di maggio

Negli occhi degli illusi
s’agitano universi
d’ombre e moti profusi
e va nei vuoti aspersi
la nave dei confusi
guitti d’esilio immersi
nel sogno degli intrusi
della vita, nei versi
discesi sulla quiete
dentro ai corpi interrotti,
dentro alle loro tane,
ed è come aver sete
sott’acqua, nei condotti,
nel latrato d’un cane.

Poesie

Il moto poetico di un’evasa

L’anima non so dove tenga casa
e quando tace soliamo ascoltare
un cuore ossimorico che si basa
sul giro di pesci per l’aspro mare
e se ancora non si trova la casa
c’è il fiume con un lento sussurrare
al moto poetico di un’evasa
finché le sillabe non siano chiare
e se la casa si fa latitante
ecco le beate, aliene stelle
sbottare di noi che siamo nessuno,
ecco un vento insolente e inopportuno
pizzicare, andando dietro a quelle,
ecco un’ombra del paesaggio bruciante
da vera lestofante
sospingerci a un millimetro dal fosso
e le nubi farci la pipì addosso.