Poesie

Cronaca grigia

Nel seno t’addormenti / per notti e giorni interi.
Sei la facile preda crollata l’altro ieri.
Nel sonno bruci l’anima migrata per il cielo.
Non sei astro né uccello / nell’ombra d’asfodelo.

T’azzannano le tigri al collo giù per terra.
Una sola si ferma / e le sue fauci serra.
Ti guarda con mistero: consenti di mangiarti
e a vermi disgustosi nel cuore di scavarti.

Se osservi nello specchio ci trovi figurata
la tua carcassa molle / nel sangue deformata.
Se osservi ancora meglio sei leone caduto
sotto labbra di spose / e forse deceduto.

Solo una non banchetta: ti sembra quasi pianga
e nel branco ribelle / il suo diritto infranga.
La figlia prediletta s’accuccia piano piano
e artigli aguzzi stringe senz’andare lontano.

Le tigri sono spose di vite alternative.
T’accarezzano ancora / nelle tue membra vive.
Sono l’una plurale che non hai mai trovato
e mi domando spesso / se tu abbia mai cercato.

Tua figlia se n’è andata / in un branco felice
scoprendoti più stanco / e nulla più ti dice.
Tua moglie non è quelle che mordono la carne
perché non sa più cosa dovrebbe certo farne.

Guardiamo assieme l’isola / in cui sei accasciato
e dopo ti chiamiamo nel respiro strozzato.
Noi siamo tigri pure: non t’abbiamo toccato
così resti cadavere nel seno abbandonato.

Poesie

Sproloquio con brio

Gemmano nell’inconscio fiori in tempesta,
oasi di sereno, immobili deserti.
Nelle tenebre vanno
aeronavi stracolme di sillabe defunte.
Nel giardino la stasi
bacia lune invisibili d’anelli saturnini.
Alle tegole s’ancorano
rande di prue annodate senza senso.
Nella casa le stanze
i torrenti sboccati in neuroni fulminati.
A terra l’immondizia scintilla
dello specchio di ninfee rosee.
Ai fornelli odori di cibi marci sparlano
e sono gorghi d’oceani dolci.
Nel mio corpo le arterie dal cuore ai polmoni
ruscellano al contrario.
Nei ventricoli malformazioni diagonali
sono geometrie vecchie, già viste nei pianeti.
L’aorta a zig-zag devia
a muscoli ed eterni murati alle pareti.
I mattoni sono cellule fuse al cemento
e m’arrampico al tetto per inspirare bene.
L’abitacolo vola
in nubi verdeggianti nella troposfera alta.
Il calore allontana le molecole d’acqua
e livella ogni cosa.
Divengo catafratta
della nebbia di bosco dentro me.
E città nere sfrecciano
sotto il rumore antico, moderno, immortale.
La poesia mi sorregge
in questo delirare con la coscienza sporca.
Il mio sangue
è buio, stanze, fornelli coniugati da rami
nel fiume sincopato che risuona
in mezzo alle ossa.
L’anima ruba tempo rosicando.
Lascio alle spalle, non sapendo quando
io sogni di preciso
né come.

Poesie

Lei

Il ritmo del suo piede
fu l’ossessione grezza.
Fu l’ulivo pungente d’un atollo smarrito
nell’oceano sporco / di sudori salati.
Fu quadratura tonda nei gorghi diagonali
e di foglie grinzose già bianche in primavera.

Fu ramo lieve e secco raggiunto con le braccia
in apparenza sorde.
Celava nelle vene la radice segreta
com’era stata al tempo / dell’ultima bellezza.
Mostrava quasi nulla dell’anima diamante
nelle dita callose.

Urtava le mie corde pensandomi violone
quand’ero un fortepiano.
Vegliava la materia,
l’oasi spirituale della mia culla azzurra
fatta solo per me, per me che l’ero ostile
e quasi le sputavo / il latte zuccherato.

In poco fu una cima: scalava le montagne
sbattendo con la testa
su pendici di gomma / e più spesso invisibili.
Le città di Calvino
narravano qualcosa d’ogni parte di lei
che non comunicava se non in cerchi quadri.

Unica figlia nacque / di povera famiglia.
Non avevano bagno ma un piccolo catino
per scrostarle l’amore.
Nel grembo della donna fuggita a rompicollo
per essere la serva d’un uomo necessario
già prima fu pensiero.

Ancora in precedenza fu l’ulivo reale
posto nel desiderio / d’un sole a lei ridente.
Fu gatto che graffiava
tutti i malcapitati.
Fu quadrifoglio dolce nel prato degli uguali,
steli di lei invidiosi, della sua rarità.

Poesie

P.Q.M.

I seni di mio padre / tranciano fioriture
e lune intonacate
gli splendono nell’occhio.
Sono chiome ingrigite / e foreste eclissate
i satelliti al cuore.
Sono le ruote vecchie / a un catorcio stonato
il rumore vitale.

Non sono di mia madre
le carezze boschive.
Non sono di sua madre
le rocce degli affetti.
Non sono di sorelle / i condomìni sfitti
nei monti sotterrati / da abeti trasognati.
Non sono le rotelle / ciò che non quadra in lui.

Lo vidi da bambino / ridente e pensieroso.
La foto si muoveva / nei toni bianchi e neri
nel suo Monet vissuto / nello stagno voluto.
La retta della luna
sulla ninfea notturna
fra le candele pigre
del pane di suo padre.

Sentii che frizzava
la bocca fanciullesca / per un calcio alla palla.
M’accorsi che scaldava
con le dita tremanti / l’antica foglia gialla.
Percepii l’amore / e stelle per lo stomaco.
Presentii la vita
dai seni di mio padre.

Non era nel ragazzo
la sua ragione d’essere / così ligio al lavoro.
Non erano le carte
la trama del garbuglio / negli uffici nauseanti.
Non era l’avvocato / di gente senza parte
ma querelava a caso
sanguinando dal naso.

Non denunciava mai / procedendo sua sponte.
Ascoltai voci irate / razzolare per lui
usurpandone il nome
e la sua fiamma azzurra / leggera più di brace.
Gli spensero in istanti
tra nubi sonnacchiose
lo spirito rapace.

Io vidi allora briciole
del panettiere morto / cosciente d’ogni cosa
e compresi l’errore
in una differenza / tra lui e il padre suo.
Non era la passione / la comunanza vera.
Era cadere avanti
nello zoo finale.

Erano sforzo a perdere
le toghe scintillanti.
Erano cibo scarso
per l’uccello colpito / da fratelli di stanze.
Erano mele marce / buttate nel mercato.
Erano le molliche / finite nel pollaio
le sentenze obbligate.

Perse l’acume d’aquila
in un volo carpiato / nell’aria velenosa.
E scordò la sua rosa / nella boccia dei pesci.
Non fu più l’uomo amato
da figlia al tempo acerba.
Fu becco imbavagliato / in una cella al buio
da guardie immeritate.

Ed io sua fioritura
cercai alture e colli
per dormire nei seni / che calpestò bambino.
Trovai pure la tomba
in cui voleva andare / vicino a tutti gli altri.
Notai le lune vuote
nel muro dell’eterno / ritratto del suo sguardo.

Poesie

Fine corsa

Il treno s’avvia lento per la stazione vecchia
e la calca si spinge
dopo la linea gialla.
Foglie non autunnali sferragliano veloci
sul tratto del binario
e cadono precoci.
Le vedove ingobbite
hanno le sacche piene
e deborda la frutta già marcia dappertutto:
sono state al mercato proprio verso la fine
per cogliere da terra lo scarto del mattino.
Ritornano al paese
e vanno al cimitero
poi danno da mangiare
ai gatti del quartiere
e siedono in veranda
e stanno fino a sera
quando dormono galli che non vedranno più.
In un posto leggero s’ode un chicchirichì
e non è molto chiaro dove sia in realtà:
se in campagne ridenti
d’un amore che fu
o nell’ansia che finge
nel sonno gioventù.

Poesie

Mohammad per caso

Il ragazzino smilzo di Baghdad
sotto la luna va, sotto le bombe:
il tigì srotola nel bla bla bla
musica psichedelica di trombe.

Il montaggio zucchera l’ecatombe
e pure dopo anni di moda va
infilarci ogni tanto le colombe
con il bambino che salta qui e là:

– Che ne è stato di lui? Vivo o morto?
Profugo o naufrago? Il nero o il bianco?
Terrorista, oppure pacifista? –

Il film di tre minuti è troppo corto.
Pubblicità! Una bellona al banco
vende lozioni per la pelle mista.

Poesie

Dramma

Siamo rocce puntate al firmamento.
I nostri spigoli forano il cielo
e contrafforti resistono al vento
e monti e ghiacciai sfidano il disgelo.
Al vertice germoglia l’asfodelo
sul passo d’un temporale cruento.
Scaliamo la piramide oltre il velo
e la gemma dei morti dice a stento:
di là non puoi andare, ma cadere
deflorando la terra con le croci.
Rispondiamo: me ne frego se muoio.
Ben oltre andiamo. E siamo le schiere
su bai armati, con lance feroci,
giunte alle stelle dal nodo scorsoio,
antieroi sul rasoio
viandanti per oceani di fiamma
perché morire in calce è il vero dramma.