settenari

Lei

Il ritmo del suo piede
fu l’ossessione grezza.
Fu l’ulivo pungente d’un atollo smarrito
nell’oceano sporco di sudori salati.
Fu quadratura tonda nei gorghi diagonali
e di foglie grinzose già bianche in primavera.

Fu ramo lieve e secco raggiunto con le braccia
in apparenza sorde.
Celava nelle vene la radice segreta
com’era stata al tempo dell’ultima bellezza.
Mostrava quasi nulla dell’anima diamante
nelle dita callose.

Urtava le mie corde pensandomi violone
quand’ero un fortepiano.
Vegliava la materia,
l’oasi spirituale della mia culla azzurra
fatta solo per me, per me che l’ero ostile
e quasi le sputavo il latte zuccherato.

In poco fu una cima: scalava le montagne
sbattendo con la testa
su pendici di gomma, e più spesso invisibili.
Le città di Calvino
narravano qualcosa d’ogni parte di lei
che non comunicava se non in cerchi quadri.

Unica figlia nacque di povera famiglia.
Non avevano bagno ma un piccolo catino
per scrostare l’amore.
Nel grembo della donna fuggita a rompicollo
per essere la serva d’un uomo necessario
già prima fu pensiero.

Ancora in precedenza fu l’ulivo reale
posto nel desiderio d’un sole a lei ridente.
Fu gatto che graffiava
tutti i malcapitati.
Fu quadrifoglio dolce nel prato degli uguali,
steli di lei invidiosi, della sua rarità.

P.Q.M.

I seni di mio padre tranciano fioriture
e lune intonacate
gli splendono nell’occhio.
Sono chiome ingrigite e foreste eclissate
i satelliti al cuore.
Sono le ruote vecchie a un catorcio stonato
il rumore vitale.

Non sono di mia madre
le carezze boschive.
Non sono di sua madre
le rocce degli affetti.
Non sono di sorelle i condomìni sfitti
nei monti sotterrati da abeti trasognati.
Non sono le rotelle ciò che non quadra in lui.

Lo vidi da bambino ridente e pensieroso.
La foto si muoveva nei toni bianchi e neri
nel suo Monet vissuto nello stagno voluto.
La retta della luna
sulla ninfea notturna
fra le candele pigre
del pane di suo padre.

Sentii che frizzava
la bocca fanciullesca per un calcio alla palla.
M’accorsi che scaldava
con le dita tremanti l’antica foglia gialla.
Percepii l’amore e stelle per lo stomaco.
Presentii la vita
dai seni di mio padre.

Non era nel ragazzo
la sua ragione d’essere così ligio al lavoro.
Non erano le carte
la trama del garbuglio negli uffici nauseanti.
Non era l’avvocato di gente senza parte
ma querelava a caso
sanguinando dal naso.

Non denunciava mai procedendo sua sponte.
Ascoltai voci irate razzolare per lui
usurpandone il nome
e la sua fiamma azzurra leggera più di brace.
Gli spensero in istanti
tra nubi sonnacchiose
lo spirito rapace.

Io vidi allora briciole
del panettiere morto cosciente d’ogni cosa
e compresi l’errore
in una differenza tra lui e il padre suo.
Non era la passione la comunanza vera.
Era cadere avanti
nello zoo finale.

Erano sforzo a perdere
le toghe scintillanti.
Erano cibo scarso
per l’uccello colpito da fratelli di stanze.
Erano mele marce buttate nel mercato.
Erano le molliche finite nel pollaio
le sentenze obbligate.

Perse l’acume d’aquila
in un volo carpiato nell’aria velenosa.
E scordò la sua rosa nella boccia dei pesci.
Non fu più l’uomo amato
da figlia al tempo acerba.
Fu becco imbavagliato in una cella al buio
da guardie immeritate.

Ed io sua fioritura
cercai alture e colli
per dormire nei seni che calpestò bambino.
Trovai pure la tomba
in cui voleva andare vicino a tutti gli altri.
Notai le lune vuote
nel muro dell’eterno ritratto del suo sguardo.