Poesie

Lei

Il ritmo del suo piede
fu l’ossessione grezza.
Fu l’ulivo pungente d’un atollo smarrito
nell’oceano sporco / di sudori salati.
Fu quadratura tonda nei gorghi diagonali
e di foglie grinzose già bianche in primavera.

Fu ramo lieve e secco raggiunto con le braccia
in apparenza sorde.
Celava nelle vene la radice segreta
com’era stata al tempo / dell’ultima bellezza.
Mostrava quasi nulla dell’anima diamante
nelle dita callose.

Urtava le mie corde pensandomi violone
quand’ero un fortepiano.
Vegliava la materia,
l’oasi spirituale della mia culla azzurra
fatta solo per me, per me che l’ero ostile
e quasi le sputavo / il latte zuccherato.

In poco fu una cima: scalava le montagne
sbattendo con la testa
su pendici di gomma / e più spesso invisibili.
Le città di Calvino
narravano qualcosa d’ogni parte di lei
che non comunicava se non in cerchi quadri.

Unica figlia nacque / di povera famiglia.
Non avevano bagno ma un piccolo catino
per scrostarle l’amore.
Nel grembo della donna fuggita a rompicollo
per essere la serva d’un uomo necessario
già prima fu pensiero.

Ancora in precedenza fu l’ulivo reale
posto nel desiderio / d’un sole a lei ridente.
Fu gatto che graffiava
tutti i malcapitati.
Fu quadrifoglio dolce nel prato degli uguali,
steli di lei invidiosi, della sua rarità.

Poesie

P.Q.M.

I seni di mio padre / tranciano fioriture
e lune intonacate
gli splendono nell’occhio.
Sono chiome ingrigite / e foreste eclissate
i satelliti al cuore.
Sono le ruote vecchie / a un catorcio stonato
il rumore vitale.

Non sono di mia madre
le carezze boschive.
Non sono di sua madre
le rocce degli affetti.
Non sono di sorelle / i condomìni sfitti
nei monti sotterrati / da abeti trasognati.
Non sono le rotelle / ciò che non quadra in lui.

Lo vidi da bambino / ridente e pensieroso.
La foto si muoveva / nei toni bianchi e neri
nel suo Monet vissuto / nello stagno voluto.
La retta della luna
sulla ninfea notturna
fra le candele pigre
del pane di suo padre.

Sentii che frizzava
la bocca fanciullesca / per un calcio alla palla.
M’accorsi che scaldava
con le dita tremanti / l’antica foglia gialla.
Percepii l’amore / e stelle per lo stomaco.
Presentii la vita
dai seni di mio padre.

Non era nel ragazzo
la sua ragione d’essere / così ligio al lavoro.
Non erano le carte
la trama del garbuglio / negli uffici nauseanti.
Non era l’avvocato / di gente senza parte
ma querelava a caso
sanguinando dal naso.

Non denunciava mai / procedendo sua sponte.
Ascoltai voci irate / razzolare per lui
usurpandone il nome
e la sua fiamma azzurra / leggera più di brace.
Gli spensero in istanti
tra nubi sonnacchiose
lo spirito rapace.

Io vidi allora briciole
del panettiere morto / cosciente d’ogni cosa
e compresi l’errore
in una differenza / tra lui e il padre suo.
Non era la passione / la comunanza vera.
Era cadere avanti
nello zoo finale.

Erano sforzo a perdere
le toghe scintillanti.
Erano cibo scarso
per l’uccello colpito / da fratelli di stanze.
Erano mele marce / buttate nel mercato.
Erano le molliche / finite nel pollaio
le sentenze obbligate.

Perse l’acume d’aquila
in un volo carpiato / nell’aria velenosa.
E scordò la sua rosa / nella boccia dei pesci.
Non fu più l’uomo amato
da figlia al tempo acerba.
Fu becco imbavagliato / in una cella al buio
da guardie immeritate.

Ed io sua fioritura
cercai alture e colli
per dormire nei seni / che calpestò bambino.
Trovai pure la tomba
in cui voleva andare / vicino a tutti gli altri.
Notai le lune vuote
nel muro dell’eterno / ritratto del suo sguardo.

Poesie

Fine corsa

Il treno s’avvia lento per la stazione vecchia
e la calca si spinge
dopo la linea gialla.
Foglie non autunnali sferragliano veloci
sul tratto del binario
e cadono precoci.
Le vedove ingobbite
hanno le sacche piene
e deborda la frutta già marcia dappertutto:
sono state al mercato proprio verso la fine
per cogliere da terra lo scarto del mattino.
Ritornano al paese
e vanno al cimitero
poi danno da mangiare
ai gatti del quartiere
e siedono in veranda
e stanno fino a sera
quando dormono galli che non vedranno più.
In un posto leggero s’ode un chicchirichì
e non è molto chiaro dove sia in realtà:
se in campagne ridenti
d’un amore che fu
o nell’ansia che finge
nel sonno gioventù.

Poesie

Allucinosi

E foglie in carne e ossa vanno per ombre chiare
e forse qua ne scorgo poco se non le bare
dove la luna canta l’infinito a qualcuno
scevro della paura che blocca mai nessuno
ed è la morte amante truccatasi di luce
ad incontrarmi forse. E la mente produce
le dissonanze in ceppi trafitte dentro l’io
psicotico nel fango perché del suo brusio
non importa al pianeta, anzi quasi mi pare
d’esserne la candela o il vecchio al casolare
abbandonata al monte fra lucciole in raduno
che sbirciano me sola dare musica all’uno
e la voce drogata per le sterpi traduce
prima di gesti estremi. E la notte non cuce
ferite nell’amplesso freddo del suo brillio
che furono lo scherzo d’un fantasma già mio.

Poesie

La montagna

Le fragranze dei pini martellano la casa
portandovi clangore d’inerte solitudine
esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e travasa
dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine
ed è quasi picchiare con un’aguzza incudine
sulla testa di cielo la prigioniera evasa
oscillando pian piano nella similitudine
di labirinti al freddo di luna che si sfasa
nell’argento fremente sciolto in cima all’abisso
degli aghi conficcati dentro un sangue rovente
di vette abbandonate nel buio ove l’amore
dello sguardo ghiacciato come la neve e fisso
al centro del nonsenso profumava di niente
ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.

Poesie

La sesta

Mi si confà il martello nella forgia di versi:
un ampio frontespizio, un volo rovinato
su virgole di luce nel palmo d’universi
in mezzo a punti fermi di crocevia sfaldato.
Il grido che s’eleva dal rumore incrostato
per la luna, sciacquando senza più trattenersi
ogni antica scrittura con il sangue sbiancato
la notte melodiosa di nuovi capoversi.
Mi si confà il ruscello di sillabe d’un lento
ossimoro di sensi, anime nella notte
in eterno dannate, l’eterno senza età.
Mi si confà il vascello le cui ali di vento
nelle polluzioni mi guidano vele rotte
in cerca d’una via per altra verità.

Poesie

(E)spirare

Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa
batte nel sangue canti perduti di un’oscura
selva d’uomini vinti, una verde distesa
di cielo moribondo, dove ogni mia frattura
nel lampo trova pace, in cui la brace accesa
è fenice di stelle, dove l’unica cura
nasce tra siepi azzurre di parola contesa
nel brodo universale dell’eterna natura.
Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato
della pallida luna sceso verso lo stagno,
un tagliente rasoio di fulminante luce
che la psiche baciata nella notte traduce
in esigui ruscelli, sulla tela di ragno
in un quadro di seta del suo calzare alato.