sonettessa

Voce alle stelle

O foglie biancheggianti nell’eterno,
dite: (r)esisto? Qualcosa mi dice
io sia solo ombra, cenere allo sterno
la pulsazione opaca, la cornice
dell’intonaco vuoto, la fenice
immortalata rinchiusa all’interno
che non sa più ricrearsi, la radice
d’un campo sparso di sale, l’inverno
immobile per sempre, senza rami
verso l’ignoto che però scintilla
e mi parla con simboli illeggibili,
che per quanto mi strappi le ossa e chiami
e rompa vasi d’argilla non brilla
nei muscoli se non con pochi sibili,
e con grida infrangibili
ne scrivo male il canto con le rime
e le membra che soffrono per prime
e al tempo della fine
la mia sublimazione sarà fatta
partendo dalla terra che mi sfratta
e che forse baratta
la mia vita con niente, la mia morte
perché il pianto del cielo taccia forte.

Il punto (esclamativo)

La luna mesce duri sogni svegli
circa l’oceano chiamato morte.
La notte è spada nei molti risvegli
dalle tue nebbie sempre più distorte
e scassina le gabbie. E le porte
sono dolore e quasi in nulla scegli.
La terra deflorata cassaforte
veste panni turchini quando vegli
uomo rana d’acquari circondati
da vetri in piombo o da schermi e fantasmi
come fossi sulla ninfea serena
in mezzo alle pallottole nei prati
rasi a zero per te dio fra gli orgasmi.
La civiltà benpensante ti frena
lo sparo sulla schiena
ma te lo dà l’opulenza con lame
nel progresso specchio delle tue brame.
E si scioglie il catrame
e liquida vorrà farti affogare
nelle temperature e poi fumare
il caro sublimare
da solido alle stelle che non parlano
mentre di sotto tutti prima ciarlano.