I fiori

I fiori rivivranno nella pelle
di chi li tiene dentro. Baceranno
gli inverni bui senza foglie né stelle
che scaldino il riposo. Canteranno
di morti e vivi il tormento, l’affanno.
La croce dell’impiccato ribelle
cadrà per mano loro. Schiuderanno
le serrature rotte delle celle.
I fiori sono le chiavi di sangue
che scardinano la preghiera azzurra
di un’anima che grida e si dimena.
Nei campi aridi avvampa la cancrena
che li divora e feroce sussurra
l’eterno che nei cuori muti langue.

Immenso

Svegliami, terra. Nel sangue bisbigli
l’amarezza, nel cuore perso in sciami
di luna recalcitrante, nei gigli
del cielo prima del baratro, sfami
labbra secche, lasci che s’aggroviglino
nel pallore d’autunni. Si chiamino
coi nomi umani dei loro figli
le bacche addormentate nei letami.
La morte è un’alba sulle foglie rosee
tinte dal vespro. Migrano uccelli
nel buio che trasforma l’uva in vino.
Sul mare, gli astri eseguono l’inchino
– e le anime si tolgono i cappelli
per salutare dalle ombre cineree.

Teatro muto

Un clarinetto esegue stracci neri,
versi di un oblio che arde senza luna.
Baveri in giacca nella calca bruna
l’hanno già tollerato l’altro ieri
deviando. Fingendosi stranieri
non davan la moneta, nemmeno una
sbirciata errata. Spesso li accomuna
il cozzare di vino nei bicchieri,
la femme fatale di vetro e pelle nuda,
la cravatta sgargiante nell’ufficio,
e il jazz di sfondo par quasi cultura.
È l’invisibile la fioritura
nel rituale umano del sacrificio,
capro immolato l’inverno che suda.
Il sipario si chiuda
nel pallido ricordo del suo nome,
un calcio aguzzo a spaccare l’addome.

Storia dell’orrore

Odi tuffi al cuore, brividi e tuoni?
Croci arse di sudore e lo stendardo
ch’esige sangue e fiamme nello sguardo,
senza usare perdoni né condoni?
I reietti impiccati, sotto i troni,
e gli altri alla mercé di un re bastardo?
Implorare la pietà del codardo
santi e degeneri, malvagi e buoni?
Sopra la terra, la voce rimasta
non è che il folle latrato di un cane.
L’assurdo vortica nelle sue stelle
senza ricordo di fiori. Non bastano
versi timidi di grasse rane,
nel lusso in mezzo a cortigiani e ancelle.
Nell’alcova, tra belle
parole in fin di vita, giace immobile
l’ugola ridotta a soprammobile.

Fine

Venga la notte con le sue falene
– a ricordare che sarà l’inverno.
Già mi bisbiglia le parole aliene
che traduco dal vuoto nell’eterno.
Sia l’immortale fra le cantilene
chiuse nel muto arroccato allo sterno.
Non salvi il cuore. Sia cibo per iene
anche l’anima dietro urla di scherno.
Levi la maschera sfatta d’azzurro
gettando gli astri al cesto dei rifiuti.
L’ultimo canto sorvoli la terra
raccattando esuli per fame e guerra.
Sieda col tacco sugli sconosciuti
– e tutti i re ne temano il sussurro.