Il niente

O poesia regina, o fiammante
passero fra le tante
correnti d’aria piene nel frastuono
dei lampi, o ultimo pensiero errante
prima del sonno aliante,
ascolta le foglie e il pallido suono
dai seni della collina tua amante.
Mormora un poco andante
un messaggio alla luna sotto il trono
e ti chiama pregandoti un viandante
per la quïete urlante
senza curarsi più del tuo abbandono.
O mia sinuosa tenebra, rispondi
presto, tu che confondi
le maree, tu che sei l’arpa eterna
che l’universo iberna
canta prima che la terra sprofondi
nel muto abisso che il niente governa
e pace non alterna
al conflitto, prima che lama affondi
nella carne dei mondi
e nella lancinante voce interna.

Enigma

È l’alba degli usignoli, la via
del sogno e l’inno angoscioso alla luna,
la sabbia inferma della poesia,
l’amante che riposa sulla duna,
la rotta di vascelli in avaria,
l’alito di fiume e la selva bruna,
la siepe, la scelta d’un crocevia,
la nuvola libera e inopportuna,
la nebbia tortuosa della follia,
il tremulo bagliore che accomuna
la vita e la morte per asfissia,
il narciso curvo sulla laguna,
fra gli animali della fattoria
il dubbio immortale, l’ardua fortuna.

Epopea di stelle

Voglio gracchi di corvi maledetti,
ciottoli di sentieri confutati,
gli acri odori a lato dei cassonetti,
non i cespugli degli innamorati
o la luna che s’ammira dai tetti,
ma la donna da cui non s’è riamati,
la gogna di pensieri contraddetti,
la luce errante nei visi bagnati
e per chi avesse ancora da ridire:
in me ardono le nebbie della morte
e la falce che raccoglie le messi
è l’ara solenne che sta nei pressi
di templi azzurri, vicina alle porte
d’inferni che mi tendono le spire.

Silenzio

Il canto della civetta di notte
m’illumina mentre lottano i versi:
le grida soavi sono ridotte
a echi lascivi su campi dispersi.
Agre pause – poi gli inni urlano a frotte,
tamburellano in corpo gli altri versi,
nati inumani, da labbra sedotte,
da arterie mortali fra gli universi
e quando mi volgo in cerca di stelle
una torma di speranze m’assale
però non trovo né un dio né quelle
mani tese alla terra d’ogni male.
Un brivido s’infuoca nella pelle:
mi svegliano fremiti di cicale.