Bla bla

Non ho nulla da dire, quasi quasi
scrivo di tarme nel legno incrostato
o del muro a fiori a cui lancio vasi
o di minestre su cui ho sputato.
Non ho nulla da dire, senza basi
per rovesciare l’infinito stato
declinato a noia nei tanti casi
nel bordello di scimmie costipato.
Prima che mi torni l’acne di stelle
colmo le righe di versi saccenti.
Dopo brucio, accartoccio o cancello
e non so fare nient’altro che quello.
La cenere sulle dita frementi
vuole sparigliare le mie rotelle.

Il cielo

Il cielo, labirinto della morte,
nebbia della vita, giardino oscuro
come l’inviolata cassaforte
nascosta molto bene dentro al muro,
signore delle verità distorte,
specchio dell’anima, porto sicuro
dopo la partenza, dopo la morte
approdo del passeggero al futuro,
bisbiglia con le stelle sorridendo
e non ci resta che farlo in risposta
perché saremo cenere nell’urna
e se la voce sarà taciturna
un’altra musica verrà composta
dall’eterno al cui fuoco già m’accendo.

Il fiore

Il fiore, un’immagine banale
per collegarsi all’infinito nulla,
un paragone di stella abissale
d’oceani nella divina culla
dell’efflorescenza, sempre duale,
sale nei cieli ed entra in terra brulla
in un modo che all’uomo sembra uguale
quando la giovinezza lo trastulla.
Le radici arzigogolate e brutte
ne reggono in silenzio la bellezza
quanto i pilastri della conoscenza
impediscono una volta per tutte
al saggio la caduta dall’altezza
che sfida con il gambo la potenza.

Tuono di marzo

Il mio cielo risorgerà nei fiori
dalla morte di chi li ha preceduti
e stelle perimetrate nei cuori
incendieranno al bivio dei caduti
oceani d’immenso nei tessuti
canticchiando fanciulle nei bagliori
della vita rinata tra i rifiuti
smarriti d’innumerevoli autori
per la nebbia fra la gente del nulla
come pietre trascinate dal fiume
con l’inerzia delle nubi lassù
ed accadrà non si scordino più
inni scroscianti delle anime al lume
di verità piena, incerta, brulla.