sonetto caudato

Dramma

Siamo rocce puntate al firmamento.
I nostri spigoli forano il cielo
e contrafforti resistono al vento
e monti e ghiacciai sfidano il disgelo.
Al vertice germoglia l’asfodelo
sul passo d’un temporale cruento.
Scaliamo la piramide oltre il velo
e la gemma dei morti dice a stento:
di là non puoi andare, ma cadere
deflorando la terra con le croci.
Rispondiamo: me ne frego se muoio.
Ben oltre andiamo. E siamo le schiere
su bai armati, con lance feroci,
giunte alle stelle dal nodo scorsoio,
antieroi sul rasoio
viandanti per oceani di fiamma
perché morire in calce è il vero dramma.

Voce alle stelle

O foglie biancheggianti nell’eterno,
dite: (r)esisto? Qualcosa mi dice
io sia solo ombra, cenere allo sterno
la pulsazione opaca, la cornice
dell’intonaco vuoto, la fenice
immortalata rinchiusa all’interno
che non sa più ricrearsi, la radice
d’un campo sparso di sale, l’inverno
immobile per sempre, senza rami
verso l’ignoto che però scintilla
e mi parla con simboli illeggibili,
che per quanto mi strappi le ossa e chiami
e rompa vasi d’argilla non brilla
nei muscoli se non con pochi sibili,
e con grida infrangibili
ne scrivo male il canto con le rime
e le membra che soffrono per prime
e al tempo della fine
la mia sublimazione sarà fatta
partendo dalla terra che mi sfratta
e che forse baratta
la mia vita con niente, la mia morte
perché il pianto del cielo taccia forte.