sonetto caudato

Il punto (esclamativo)

La luna mesce duri sogni svegli
circa l’oceano chiamato morte.
La notte è spada nei molti risvegli
dalle tue nebbie sempre più distorte
e scassina le gabbie. E le porte
sono dolore e quasi in nulla scegli.
La terra deflorata cassaforte
veste panni turchini quando vegli
uomo rana d’acquari circondati
da vetri in piombo o da schermi e fantasmi
come fossi sulla ninfea serena
in mezzo alle pallottole nei prati
rasi a zero per te dio fra gli orgasmi.
La civiltà benpensante ti frena
lo sparo sulla schiena
ma te lo dà l’opulenza con lame
nel progresso specchio delle tue brame.
E si scioglie il catrame
e liquida vorrà farti affogare
nelle temperature e poi fumare
il caro sublimare
da solido alle stelle che non parlano
mentre di sotto tutti prima ciarlano.

La tela di Penelope

Il cielo beve dalle nostre ciglia
l’acqua, la luna, la polvere e il senso
e raccoglie tutta la paccottiglia
che vomitiamo in fase di scompenso.
Il luogo di niente e di meraviglia
si torce nello stomaco, intenso
lo spasmo corre in eoni di miglia
superando le rupi nell’immenso.
Nessuno ci contempla: sarà vero?
Ulisse dopo il suo vagabondare
chiacchiera forse d’alberi (in)finiti
nell’abbraccio di stelle, lo straniero
scuce le pelli nere senza bare
con cui impauriva bambini rapiti
e fila trame e orditi
nei sudari (in)compiuti della carne
ma senza tempo non sa più che farne
e sbircia il tritacarne
che sublima pianissimo da terra
benché lampeggi feroce la guerra
e forse non afferra
la lacrima malata nell’eterno
né solleva pianeti con un perno.