sonetto variato

Luglio

Non è l’inferno. La temperatura
supera i 30, diretta ai 40.
Chi può va via, là dove la frescura
s’accoppia al mattino al gallo che canta.
Qui, la sera, l’ubriaco si schianta
o brinda per ore senza paura
che la nonna l’innaffi (grande santa)
con insulti veementi – censura.
Chi può va via. Più spesso fugge al mare
che nell’alcova d’un gallo cantante,
ma ben poco m’importa, oh, davvero.
Mi diverte lo strazio ohibò sincero
di chi poi torna alla città rombante.
Gli dirò, a lettere molto chiare:
« Conscia il viaggio sia l’altro naufragare
resto tra le zanzare. »

La sesta

Mi si confà il martello nella forgia di versi:
un ampio frontespizio, un volo rovinato
su virgole di luce nel palmo d’universi
in mezzo a punti fermi di crocevia sfaldato.
Il grido che s’eleva dal rumore incrostato
per la luna, sciacquando senza più trattenersi
ogni antica scrittura con il sangue sbiancato
la notte melodiosa di nuovi capoversi.
Mi si confà il ruscello di sillabe d’un lento
ossimoro di sensi, anime nella notte
in eterno dannate, l’eterno senza età.
Mi si confà il vascello le cui ali di vento
nelle polluzioni mi guidano vele rotte
in cerca d’una via per altra verità.