sonetto variato

(E)spirare

Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa
batte nel sangue canti perduti di un’oscura
selva d’uomini vinti, una verde distesa
di cielo moribondo, dove ogni mia frattura
nel lampo trova pace, in cui la brace accesa
è fenice di stelle, dove l’unica cura
nasce tra siepi azzurre di parola contesa
nel brodo universale dell’eterna natura.
Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato
della pallida luna sceso verso lo stagno,
un tagliente rasoio di fulminante luce
che la psiche baciata nella notte traduce
in esigui ruscelli, sulla tela di ragno
in un quadro di seta del suo calzare alato.

Sonetti in settenari

Avevo scritto, nello stile delle poesie da me pubblicate nel mese d’aprile e con lo stesso sentimento, un sonetto, il seguente, che pubblico ora, a motivo di quello a seguire.  Non ho scritto poesie, difatti, in maggio, salvo una, fresca fresca, che circoscrive, in un certo senso, l’assenza.


Pesce

Fattosi or ora il danno,
scariche le mie pile,
in requie senz’affanno
smarritosi lo stile,
or ora se ne andranno
queste rime d’aprile
e quando lo faranno
vomiterò la bile,
ma per ora io canto
in settenari smorti
un sonetto accidioso
e il vento grida afoso
nei righi troppo corti
d’un solitario vanto.


Ora di maggio

Negli occhi degli illusi
s’agitano universi
d’ombre e moti profusi
e va nei vuoti aspersi
la nave dei confusi
guitti d’esilio immersi
nel sogno degli intrusi
della vita, nei versi
discesi sulla quiete
dentro ai corpi interrotti,
dentro alle loro tane,
ed è come aver sete
sott’acqua, nei condotti,
nel latrato d’un cane.