Le foglie torneranno più lucenti

Le foglie torneranno più lucenti,
dopo l’autunno che da sempre osanna
il pigro dormiveglia delle genti
d’ogni paese – e la morte danna

chi tenta di sfuggirle, è la manna
dolce per bocca negli strazi lenti,
l’amare delizioso che t’azzanna
quasi leccando, configgendo i denti

nella sostanza rude delle piante,
la morbidezza lungo colli e seni,
l’espresso desiderio dei morenti

d’eterni sogni d’oro, il diamante
sugli occhi spenti, ogni colpo ai reni
per labbra sconosciute più lucenti.

Ghirigori ed errori

L’orto del mio antenato risparmiava
coltivando patate senz’allori
più amore per la terra dei tenori
salmodianti alla luna la cui bava

nel sangue dell’inverno non colava
che su panni di neve, al di fuori
d’agri tetti di pietra, nei pudori
muti e antichi di quelli capitava

esigue foglie secche non spazzate
non fossero altro che ori, messe d’arpe
o di cembali d’obbligo intonate,

filigrane di lusso già impagliate,
eppure il contadino senza scarpe
faceva magia vera con patate

cresciute declinate
nella saggezza d’uomo, ma sorgevano
sotto lune magre e lui piangeva.

Epicentri

Stranieri ignoti nel silenzio vanno
dove l’anima piuma li seduce,
la notte loro brucia, baceranno
morti colme di pini in fiore, luce

sepolta in vette apicali, l’inganno
gemma al sole nei laghi, si riduce
la vista, cresce presto un sordo affanno,
l’edera dolce al seno, si traduce

il flauto inerpicato d’ogni nota,
brusio di stelle sbriciolate in bocca,
un’onda quasi quasi li distrugge,

lenta lenta la musica li svuota,
trotta veloce – la tempesta sbocca,
nei venti amanti forse più non rugge.

L’albero

L’ipotesi più vera non mi piacque
così che la rugiada sussurrata
dal fiume oscuro nelle dorate acque
rimase solo profonda arpeggiata

di volgare poesia, la ballata
tra le fronde immortali da cui nacquero
le ciliegie e l’aria appassionata
a nutrimento del nido in cui giacquero,

dopo miti voli, i brusii
d’invisibili rami, a occhio nudo
punti fiammanti, appesi al soffitto

d’azzurri vini cui bere e capii
l’orgoglio tracimante del re nudo
davanti a folle cieche, il conflitto,

la geometria e l’editto
rivestito di foglie luminose
che ciascun frutto nell’essere pose.

(S)comparse

Usignoli vibranti d’abbondanza
cinguettano nell’imbiancata notte
d’epigoni dorature tradotte
in umani fraseggi, una danza

alienata alla taciuta mattanza,
illuminando mai – mai! – le ossa rotte
d’ogni sopravvissuto preso a botte
come fosse tra i semi di devianza

a rischio d’infestare il vecchio mondo
in pericolo di normalità
che taglia le fioriture selvatiche,

scegliendo le eutanasie, ben più pratiche,
potando i rami storti e verità
abortite e annegate molto in fondo

e poi – si sa – lo sfondo
ripennellato con stringhe di quelli
copre il tutto di canori fringuelli.

Noia di passaggio

Taciti crepitii nell’autunno
musicati, quasi sempre gridati
in poesie esse emme esse di laureati
in mezzo ai quali mi sembro l’alunno

di tamburi e cardiopatiche foglie
con fraudolenza staccate dal ramo,
più che noi soldati quando cadiamo
sono baci perugina, chi coglie

mai l’entrata a occhi bassi dentro il tempio
di nomi volgari divine stelle
connessisi dai pori della pelle
ad eterni indifferenti allo scempio?

Va meglio zuccherare l’emozione
con l’aria polverosa di stagione.

Fantasia

Umida albeggio, dentro azzurri nudi
il battito delle sillabe inferme
lievi e disciolte nelle arterie rudi
di rami di connessioni malferme

sporte all’ignoto a mia mercé e a preludi
di stelle e movimentate sconferme,
otri d’immenso, schiavitù, tripudi
di note magiche in bocca al re verme

tramandato per nome, quello mio
spogliato della menzogna dorata
da sapiente fanciullo prigioniero

dentro l’ego addobbato come dio
nutrito della paüra fondata
d’una pulce conforme più allo zero.

(De)(se)lezione di civiltà

A freddo da serpente cambio pelle
in ambienti ostili alla mia realtà
mutando in squame vicine alle stelle
in fatto di parere una città

nel buio abitato da cose belle
tenute in piedi da elettricità
frusciante dentro sangue chiuso in celle
pilotate contro la verità

e mi sembra d’essere il guscio vuoto
pronto a mangiare il cuore del nemico
deformandosi per quell’occasione

in melma di fiume dal lento moto
dorato nell’ombra che maledico
con il mio stomaco in dilatazione.

Dissociale

Ti noto. Mi giro dall’altra parte,
sgancio venti centesimi di rame
forse bronzo, sempre boh, si riparte
rullando a tutto gas dentro lo sciame

difettoso su lastre di catrame
in cui fai le veci del fermacarte
di mobili di lusso, un rottame
d’antiquariato posato in disparte

quasi obbligato a restare silente
nella gazzarra dell’appariscenza
così che con l’invisibilità

si restauri il graffito marcescente
preda d’una feroce pestilenza
della mia decaduta civiltà.

All’infinito

Non voglio riconoscermi, lo specchio
illumina pupille larghe, vuote
come nel sogno demente d’un vecchio
della giovane ebbrezza che percuote

membra aride e s’arrossa sulle gote
sussurrandogli indecenze all’orecchio,
e sono per l’asino le carote
le stelle degli oceani in cui invecchio

molle e smorzo diadema d’ossa prono
su fronti lunari, sguaiato sangue
di sillabe emigrate dentro il cielo

nel rumore silenzioso frastuono
o intermittenza di luce che langue
nel flusso che lanciatosi oltre il velo

nutre l’eterno gelo
già nel battito gonfio incastonato
con spazzatura del buio dorato.

Caduta nel fiume

Il pigolio di torrenti increspati
da vicino nel mormorio sommesso
all’ombra d’un casuale cipresso
nutre le stelle di vuoti malati

dell’amaro scoppiettante riflesso
in cui l’urlo di paradisi amati
m’intrattiene d’universi bruciati
ottusi nel loro brusio perplesso

e nel dondolio d’occhi mantenuti
al limite di consapevolezza
agli spazi immaginari perduti

nella lunghezza di brevi minuti
volge il sorriso della compiutezza
annegando cogli ultimi saluti.

Psicosi

Ho bisogno di mangiare la terra
inzuppata di lacrime dorate
smarrite e per sbaglio precipitate
dal ciglio della luna che si serra

e con la falce calata poi sferra
un sorriso di scherno alle inferriate
di queste mie palpebre innamorate
d’azzurri ove muoiono senza guerra

liberi e solitari personaggi
d’una vita nell’immaginazione,
solo per accorgermi siano ostaggi

d’una collettiva allucinazione
di tante me — i serpentini raggi
avvolti nel sogno attorno al mio clone.


Domenica, 16 settembre 2018

Aggiorno l’articolo, per inserirne la traduzione in spagnolo di Vicente Vives, che ringrazio, basata su una precedente bozza, che invero differisce assai poco dall’attuale: trovate l’originale qui.

Psicosis

Necesito comer la tierra
empapado en lágrimas de oro
perdido y accidentalmente precipitado
desde el borde de la luna que se aprieta
y con la hoz caída entonces sferra
una sonrisa de burla en la barandilla
de estos mis párpados enamorados
d’azzurri donde mueren sin guerra
los personajes son libres y solitarios
de una vida en la imaginación,
darse cuenta de que son los rehenes
de una alucinación colectiva
de muchos yo, los rayos de serpiente
envuelto en el sueño alrededor de un clon mío.

Carcasse dogmatiche

Spreco frasi, risate e primavere
appartenenti al lontano passato,
vedo le fioriture di nuove ere
appassite già prima d’aver dato

humus alla terra: s’è consumato
un ciclo distruttivo contro schiere
di numeri senza nome, un prato
di tombe e d’insanguinate bandiere.

Vedo persone nel rumore bianco
di questo tempo amaro sentinelle
feroci come le camere a gas,

vedo la gente radunarsi in branco
e corpi che svolazzano da ancelle
verso la morte vestita di strass.

I quasi morti

Senza respiro canto silenziosa
sopra una nuvola rosa, lì tace
la pressione e l’atmosfera affannosa
di formicaio saltellante e giace

il brio musicale d’incerta cosa
ed è come le farfalle la pace
posata sulle labbra della rosa
spalancata nella stellante brace

rinata dalla gola in vibrazione
e da una persiana intravedo azzurri
d’urticati scorci della mia vita

dirigersi verso pausa infinita
nel basso in cui si trovano sussurri
replicare la solita canzone

con la verve di barbone
arraffando briciole d’emozione.

Giro di boa

Tu sei felice e bruna, o mia notte
d’usignoli volanti ebbri di canto.
Sotto la tua coperta s’ode il pianto
degli amanti le cui membra sedotte

con alito di stelle e disincanto
tu dirigi al piacere verso rotte
che il momentaneo oblio subito inghiotte
nel battito smorzo di cuore affranto,

quando il silenzio bisbiglia a gran voce
di mendicanti la cerca di pace,
quando l’universo stesso traduce

l’eterna armonia nell’attimo atroce
d’oceanica morte, quando tace
la bellezza che fuggendo seduce,

quando il tempo ricuce
il senso profondo della mia luce.

Es-tesi

Semino nell’orto frutti rubati
a scrittori di grandi querce d’oro,
domino istinti non incanalati
in cestini di rametti d’alloro,

isolo ombre, punti e nembi dal cielo
raccogliendone l’armonia, li sfioro
quasi quasi, imprimendo sul telo
echi informi in macchie e il fiume sonoro

va nel rumore dell’inconsistenza
ai piedi di qualche capolavoro,
e sebbene innaffi con insistenza
sono pomodori e non pomi d’oro

gli applausi alla mediocre insalata
che prude al bordo d’una statua beata.

Bei sogni

Un gabbiano dorme sulla scogliera
racchiusa nelle orbite d’un fanciullo
e lo sguardo come la luna nera
traversa spazi immensi, quando il rullo

frantuma le nuvole con la luce
di musica sciabordante, traspare
un fulmine e la notte si traduce
da stelle immaginate a fuoco, pare

la terra cigoli piano, poi forte,
vibrano le tegole delle case,
un gran fracasso sbattuto di porte,
il fanciullo non termina una frase

inchiodata al suolo come le ruote
d’una sedia per le meningi vuote.

Adagio

L’anima del mondo, un crepitio
interno alla roccia: dopo ogni canto
di vento, siepe e mare, un brillio
tra le ciglia, la mia notte e il suo pianto

di stelle, l’infinito moribondo
nello sguardo perso oltre l’orizzonte
e il vecchissimo giro giro tondo
di pianeti attorno al sole oltre il monte

bisbigliano cose sull’altra riva,
su quella ch’è specchio d’eterno nulla
in cui mi lascio andare alla deriva,
la dolce, chiara, sempreverde culla

il cui grembo partorì questa terra
che al cielo in seguito dichiarò guerra.

Destino

L’albero della conoscenza muore
se qualcosa si rabbuia all’interno,
negli incavi nevrotici d’un cuore
le cui radici crescono all’esterno,

dall’azzurro al torace risuonante,
e i fiori dei suoi rami siamo noi,
formiche nell’universo danzante,
più spesso vermiciattoli che eroi,

ed è sangue la terra in cui viviamo
e con ciò che ci scorre nelle vene
bagniamo l’eterno, gettando l’amo
verso l’immenso oblio le cui catene

ci vincolano a calpestare il suolo,
bramando invece di spiccare il volo.

Amore

Salpa nel caos d’oceani d’inchiostro
quest’urlo dai baluginii soavi,
specchiatosi nel riflesso di mostro
l’ego divisosi in flotte di navi,

socchiuso tra vele, spiegate e nere,
lungo taglienti rasoi nell’azzurro
di climi ostili, oltre le barriere
l’ininterrotto a me caro sussurro

volto alla patria della meraviglia
di versi, dell’umano presentire
divini silenzi impressi alle ciglia
d’una morte venutami a rapire

nell’ora in cui approdo nella baia
in cui io taccio vile parolaia.