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Il nulla d’ogni cosa fra le stelle

Il nulla d’ogni cosa fra le stelle a poco a poco rinfocola braci d’aironi cavalcati sotto pelle beccando dove siano più rapaci come nei più selvaggi, colmi baci d’esperte muse, di fertili ancelle i ciocchi che riattizzano fornaci pungendomi le grate, somme celle di parti moribonde, di note arse guarite in coma, ombre naturali di rimpatri all’azzurro la cui pace come la guerra nell’eterno tace truccata in bianco e nero, tra fanali d’incomprensibili parole e farse.

All’amore

O vecchio lampadario mio gocciato dal soffitto di valli nebulose, sei forse un’ombra nel sangue usurato dal troppo vento di sillabe afose? E anche se s’usa far crescere rose tra le spine dei versi, sta in agguato il tuo senso di morte, con le cose che nessun osa raccontar del fato. Ed io, mediocre, in silenzio quasi ti lascio nel tuo sonno, a rubarmi lo specchio della fiaba, la bruttezza spesso confusa con la piccolezza e l’ironia che punge e sa baciarmi nella bruma lunare d’una stasi.

Lux aeterna

Spegnere tutte le luci e posizionarsi al buio assoluto. Dotarsi di dispositivo audio, come le cuffie, di qualità ottima e ascoltare il brano musicale, dopodiché proseguire a leggere. La marea cacofonica bisbiglia iati, mezzi toni, sfumature, lampi d’oscurità nel parapiglia dell’adulto, l’assedio di paure dissezionando vuoti, tra le ciglia l’inizio di matematiche pure o l’equazione nulla della griglia che figge nei celesti, sulle alture mappe e boschi di stelle troppo alieni vicini forse a bambini rapiti nell’incanto lunare che si gira sfasando idee, spaziosi sereni appena cedono sogni attecchiti dove la morte sposa si ritira.

Il bianco

Numeri in fila indiana sulla porta lasciano gli indumenti dignitosi e nudi innanzi all’uomo, bisognosi indossano la neve che supporta il meccanismo d’ogni patria morta sotto freddi lumini, sono sposi d’un silenzioso bianco, rumorosi piedi neri d’inverno sotto scorta e non v’è dio che salvi l’aguzzino dall’apposizione di quel sigillo, la fatica dei pasti che riduce velocità nel lavoro meschino, fiammate stellanti di gas, lo squillo dal filo spinato sotto la luce.

La montagna

Le fragranze dei pini martellano la casa portandovi clangore d’inerte solitudine esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e travasa dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine ed è quasi picchiare con un’aguzza incudine sulla testa di cielo la prigioniera evasa oscillando pian piano nella similitudine di labirinti al freddo di luna che si sfasa nell’argento fremente sciolto in cima all’abisso degli aghi conficcati dentro un sangue rovente di vette abbandonate nel buio ove l’amore dello sguardo ghiacciato come la neve e fisso al centro del nonsenso profumava di niente ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.

Il mio sangue

Il mio sangue rinverdirà nei fiori strisciando sulle tombe, incantando nuda pietra, gli umani malumori forzati alla preghiera, blaterando il mio sangue ticchetterà nei cuori con un manto di stelle, oscillando in bellezza piano piano in colori d’arcobaleni, non importa quando verrà pioggia, quando l’ignota morte unirà il germoglio al suolo celeste, altro non bramo che il suo velo bianco chino all’altare davanti alle porte che girando a vuoto cambiano veste alla mia vita come a un saltimbanco.

Incipit

Mi stufo quasi d’argentei sonetti svolti come la rima altalenante semidecorativa dei quartetti d’un Vivaldi, il grido petulante in onomatopee degli archetti, il ricamo invernale un po’ a sé stante, la grande foga di quei poveretti esecutori del gallo ruspante, più che il trattore con la motosega vorrei il chirurgo con un’iniezione intrapsichica forsennata d’arte, esclamo spesso ‘ehi chissenefrega’ di scale tonali nella canzone, si provveda a stracciare questa parte incendiando le carte di poker secolari già caduti su assi nel gabinetto — e saluti.

A dicembre

Non rimpiango le foglie non più verdi da che la vita mi nega nel fango coi buchi nelle scarpe, né gli eterni dell’aborto che alle stelle rimando con il medio in fallo — queste non sanno ma deodorano di rose gli interni nel mio vibrato d’ossa, non mi danno l’ossigeno pulito, ma gli inferni tra le cellule superflue a più strati ben m’intimano ehi, vattene via perché lassù c’è lo spazio maggiore e in solitudine brillano i dadi, nei rami leggeri della magia tradottasi da ciò che lento muore.

Fiaba

L’addio alla luna tace e si dispera la solitudine rimasta e vola in ritardo sulla magia leggera la luce d’una cantante usignola anticipando la rondine e l’era in cui le gocce rigano l’aiuola nel cuore a lato della primavera scoprendo di non vibrare più sola. Un cane latra vicino al suo mare sicuro che per quanti i giorni nuovi non passi da lui l’ora di volare e per quanto desiderio lui covi ogni luna continuerà a bruciare in sogni da cui l’uscita non trovi e nei ceppi e nei rovi si consuma poi la sua fiaba soave al passaggio un…

Dormiveglia

Rispolvero una mia vecchia creazione di questi mesi: ho scritto davvero pochissimo, questo è l’unico sonetto — e forse l’ultimo per un bel po’. Si chiude un ciclo. In realtà sto cimentandomi, da breve tempo, nella scrittura di sonetti in inglese, ma non oso pubblicarli perché: ahi, la grammatica; ahi, il doppio pentametro; ahi, il suono sgraziato dell’insieme; ahi, eccetera. More like a pizza than a sonnet. Alla prossima, I. * So destare gioielli melodiosi dalle nebbie in cui in vita trascoloro e da lune di miele i cieli ansiosi e far tuonare corde d’arpe d’oro, bisbigliare oceani tempestosi salpando…

Le foglie torneranno più lucenti

Le foglie torneranno più lucenti, dopo l’autunno che da sempre osanna il pigro dormiveglia delle genti d’ogni paese – e la morte danna chi tenta di sfuggirle, è la manna dolce per bocca negli strazi lenti, l’amare delizioso che t’azzanna quasi leccando, configgendo i denti nella sostanza rude delle piante, la morbidezza lungo colli e seni, l’espresso desiderio dei morenti d’eterni sogni d’oro, il diamante sugli occhi spenti, ogni colpo ai reni per labbra sconosciute più lucenti.

Ghirigori ed errori

L’orto del mio antenato risparmiava coltivando patate senz’allori più amore per la terra dei tenori salmodianti alla luna la cui bava nel sangue dell’inverno non colava che su panni di neve, al di fuori d’agri tetti di pietra, nei pudori muti e antichi di quelli capitava esigue foglie secche non spazzate non fossero altro che ori, messe d’arpe o di cembali d’obbligo intonate, filigrane di lusso già impagliate, eppure il contadino senza scarpe faceva magia vera con patate cresciute declinate nella saggezza d’uomo, ma sorgevano sotto lune magre e lui piangeva.

Epicentri

Stranieri ignoti nel silenzio vanno dove l’anima piuma li seduce, la notte loro brucia, baceranno morti colme di pini in fiore, luce sepolta in vette apicali, l’inganno gemma al sole nei laghi, si riduce la vista, cresce presto un sordo affanno, l’edera dolce al seno, si traduce il flauto inerpicato d’ogni nota, brusio di stelle sbriciolate in bocca, un’onda quasi quasi li distrugge, lenta lenta la musica li svuota, trotta veloce – la tempesta sbocca, nei venti amanti forse più non rugge.

L’albero

L’ipotesi più vera non mi piacque così che la rugiada sussurrata dal fiume oscuro nelle dorate acque rimase solo profonda arpeggiata di volgare poesia, la ballata tra le fronde immortali da cui nacquero le ciliegie e l’aria appassionata a nutrimento del nido in cui giacquero, dopo miti voli, i brusii d’invisibili rami, a occhio nudo punti fiammanti, appesi al soffitto d’azzurri vini cui bere e capii l’orgoglio tracimante del re nudo davanti a folle cieche, il conflitto, la geometria e l’editto rivestito di foglie luminose che ciascun frutto nell’essere pose.

(S)comparse

Usignoli vibranti d’abbondanza cinguettano nell’imbiancata notte d’epigoni dorature tradotte in umani fraseggi, una danza alienata alla taciuta mattanza, illuminando mai – mai! – le ossa rotte d’ogni sopravvissuto preso a botte come fosse tra i semi di devianza a rischio d’infestare il vecchio mondo in pericolo di normalità che taglia le fioriture selvatiche, scegliendo le eutanasie, ben più pratiche, potando i rami storti e verità abortite e annegate molto in fondo e poi – si sa – lo sfondo ripennellato con stringhe di quelli copre il tutto di canori fringuelli.