(De)(se)lezione di civiltà

A freddo da serpente cambio pelle
in ambienti ostili alla mia realtà
mutando in squame vicine alle stelle
in fatto di parere una città

nel buio abitato da cose belle
tenute in piedi da elettricità
frusciante dentro sangue chiuso in celle
pilotate contro la verità

e mi sembra d’essere il guscio vuoto
pronto a mangiare il cuore del nemico
deformandosi per quell’occasione

in melma di fiume dal lento moto
dorato nell’ombra che maledico
con il mio stomaco in dilatazione.

Punto e a capo

È l’abitudine in isolamento
quella occultata dentro gli ospedali
in file ordinate di spegnimento
ignare d’ergastoli terminali

quand’orbite dai nebbiosi fanali
bruciano in minuti d’annegamento
e miglia verdi di corsie abissali
slegano lacci di contenimento

di tutta l’umana malattia vera
deposta in germogli sui comodini,
magari finti, per anticipare

i vasi e le ghirlande per le bare
e nei vicoli accendere lumini
che imitando l’azzurro d’una sera

fanno l’aria leggera
di chi fuggito a nugoli di stelle
entra nel grembo sterile di quelle.

Dissociale

Ti noto. Mi giro dall’altra parte,
sgancio venti centesimi di rame
forse bronzo, sempre boh, si riparte
rullando a tutto gas dentro lo sciame

difettoso su lastre di catrame
in cui fai le veci del fermacarte
di mobili di lusso, un rottame
d’antiquariato posato in disparte

quasi obbligato a restare silente
nella gazzarra dell’appariscenza
così che con l’invisibilità

si restauri il graffito marcescente
preda d’una feroce pestilenza
della mia decaduta civiltà.

All’infinito

Non voglio riconoscermi, lo specchio
illumina pupille larghe, vuote
come nel sogno demente d’un vecchio
della giovane ebbrezza che percuote

membra aride e s’arrossa sulle gote
sussurrandogli indecenze all’orecchio,
e sono per l’asino le carote
le stelle degli oceani in cui invecchio

molle e smorzo diadema d’ossa prono
su fronti lunari, sguaiato sangue
di sillabe emigrate dentro il cielo

nel rumore silenzioso frastuono
o intermittenza di luce che langue
nel flusso che lanciatosi oltre il velo

nutre l’eterno gelo
già nel battito gonfio incastonato
con spazzatura del buio dorato.

Caduta nel fiume

Il pigolio di torrenti increspati
da vicino nel mormorio sommesso
all’ombra d’un casuale cipresso
nutre le stelle di vuoti malati

dell’amaro scoppiettante riflesso
in cui l’urlo di paradisi amati
m’intrattiene d’universi bruciati
ottusi nel loro brusio perplesso

e nel dondolio d’occhi mantenuti
al limite di consapevolezza
agli spazi immaginari perduti

nella lunghezza di brevi minuti
volge il sorriso della compiutezza
annegando cogli ultimi saluti.

Psicosi

Ho bisogno di mangiare la terra
inzuppata di lacrime dorate
smarrite e per sbaglio precipitate
dal ciglio della luna che si serra

e con la falce calata poi sferra
un sorriso di scherno alle inferriate
di queste mie palpebre innamorate
d’azzurri ove muoiono senza guerra

liberi e solitari personaggi
d’una vita nell’immaginazione,
solo per accorgermi siano ostaggi

d’una collettiva allucinazione
di tante me — i serpentini raggi
avvolti nel sogno attorno al mio clone.


Domenica, 16 settembre 2018

Aggiorno l’articolo, per inserirne la traduzione in spagnolo di Vicente Vives, che ringrazio, basata su una precedente bozza, che invero differisce assai poco dall’attuale: trovate l’originale qui.

Psicosis

Necesito comer la tierra
empapado en lágrimas de oro
perdido y accidentalmente precipitado
desde el borde de la luna que se aprieta
y con la hoz caída entonces sferra
una sonrisa de burla en la barandilla
de estos mis párpados enamorados
d’azzurri donde mueren sin guerra
los personajes son libres y solitarios
de una vida en la imaginación,
darse cuenta de que son los rehenes
de una alucinación colectiva
de muchos yo, los rayos de serpiente
envuelto en el sueño alrededor de un clon mío.

Carcasse dogmatiche

Spreco frasi, risate e primavere
appartenenti al lontano passato,
vedo le fioriture di nuove ere
appassite già prima d’aver dato

humus alla terra: s’è consumato
un ciclo distruttivo contro schiere
di numeri senza nome, un prato
di tombe e d’insanguinate bandiere.

Vedo persone nel rumore bianco
di questo tempo amaro sentinelle
feroci come le camere a gas,

vedo la gente radunarsi in branco
e corpi che svolazzano da ancelle
verso la morte vestita di strass.

I quasi morti

Senza respiro canto silenziosa
sopra una nuvola rosa, lì tace
la pressione e l’atmosfera affannosa
di formicaio saltellante e giace

il brio musicale d’incerta cosa
ed è come le farfalle la pace
posata sulle labbra della rosa
spalancata nella stellante brace

rinata dalla gola in vibrazione
e da una persiana intravedo azzurri
d’urticati scorci della mia vita

dirigersi verso pausa infinita
nel basso in cui si trovano sussurri
replicare la solita canzone

con la verve di barbone
arraffando briciole d’emozione.

Giro di boa

Tu sei felice e bruna, o mia notte
d’usignoli volanti ebbri di canto.
Sotto la tua coperta s’ode il pianto
degli amanti le cui membra sedotte

con alito di stelle e disincanto
tu dirigi al piacere verso rotte
che il momentaneo oblio subito inghiotte
nel battito smorzo di cuore affranto,

quando il silenzio bisbiglia a gran voce
di mendicanti la cerca di pace,
quando l’universo stesso traduce

l’eterna armonia nell’attimo atroce
d’oceanica morte, quando tace
la bellezza che fuggendo seduce,

quando il tempo ricuce
il senso profondo della mia luce.

Es-tesi

Semino nell’orto frutti rubati
a scrittori di grandi querce d’oro,
domino istinti non incanalati
in cestini di rametti d’alloro,

isolo ombre, punti e nembi dal cielo
raccogliendone l’armonia, li sfioro
quasi quasi, imprimendo sul telo
echi informi in macchie e il fiume sonoro

va nel rumore dell’inconsistenza
ai piedi di qualche capolavoro,
e sebbene innaffi con insistenza
sono pomodori e non pomi d’oro

gli applausi alla mediocre insalata
che prude al bordo d’una statua beata.