Psicosi

Ho bisogno di mangiare la terra
inzuppata di lacrime dorate
smarrite e per sbaglio precipitate
dal ciglio della luna che si serra
e con la falce calata poi sferra
un sorriso di scherno alle inferriate
di queste mie palpebre innamorate
di cieli in cui muoiono senza guerra
liberi e solitari personaggi
d’una vita nell’immaginazione
solo per accorgermi siano ostaggi
d’una collettiva allucinazione
di tante me, i serpentini raggi
attorcigliati nel sogno al mio clone.

Luglio

Non è l’inferno. La temperatura
supera i 30, diretta ai 40.
Chi può va via, là dove la frescura
s’accoppia al mattino al gallo che canta.
Qui, la sera, l’ubriaco si schianta
o brinda per ore senza paura
che la nonna l’innaffi (grande santa)
con insulti veementi – censura.
Chi può va via. Più spesso fugge al mare
che nell’alcova d’un gallo cantante,
ma ben poco m’importa, oh, davvero.
Mi diverte lo strazio ohibò sincero
di chi poi torna alla città rombante.
Gli dirò, a lettere molto chiare:
« Conscia il viaggio sia l’altro naufragare
resto tra le zanzare. »

Silenzio lunare

Infinitesima bellezza muta
il mio cuore fantasma in cui si spezza
melodiosa decadente incompiuta
poesia, latitante fanciullezza
presso rami di sangue e di bianchezza
d’un tramonto stellato che mi scruta
nel basso d’una grave leggerezza
di versi come la frutta scaduta,
nel silenzio lunare su cui sputa
chi lorda con una parola e mezza
la via pericolosa già battuta
dai più grandi la cui voce è la brezza
divenuta tempesta nella notte
e la fiamma che ogni tenebra inghiotte.

(E)spirare

Odo antichi tamburi – l’intervallo d’attesa
batte nel sangue canti perduti di un’oscura
selva d’uomini vinti, una verde distesa
di cielo moribondo, dove ogni mia frattura
nel lampo trova pace, in cui la brace accesa
è fenice di stelle, dove l’unica cura
nasce tra siepi azzurre di parola contesa
nel brodo universale dell’eterna natura.
Entro me s’evidenzia, sussurrando, un fiato
della pallida luna sceso verso lo stagno,
un tagliente rasoio di fulminante luce
che la psiche baciata nella notte traduce
in esigui ruscelli, sulla tela di ragno
in un quadro di seta del suo calzare alato.

L’ugola della luna

Inno blues – ora allegro, ora lento,
posa luce sulle foglie e s’infuria.
Il mio giardino tace nell’incuria,
la mia casa giaciglio che non sento,
come naviglio d’una notte spuria
che vaghi – né le stelle, né il cimento
serale della quiete, né il vento
con lo sbadiglio che dica « penuria ».
Io non so che diamine sia l’amore
del quale parla a vanvera la gente,
né riconosco il taglio di dolore
quando le spade dall’occhio lucente
pungono i ghiacciai che innervano il cuore
nel suo batter fra squame di serpente.