Disagio inerziale

Che gioia! Il viavai quotidiano
è l’erba plasticata del vicino,
l’ipocrisia nelle strette di mano
al bar, un chiacchiericcio babbuino
– non il principe in cerca della rosa
né l’aia dai silenzi invalicabili,
né l’uomo abbandonato dalla sposa
a caccia d’altri sogni inaggirabili.
È la suola forata nella pozza
seguita da un plurale di risata,
il portafogli vuoto che si strozza
quando il creditore esige la rata.
È l’usura di tempi ormai stellati,
la semina di morti ormai calati.

L’ora del blues

Pigolio su diesis, ombra d’arte
il mormorio di tasti usati piano,
un silenzio di colore la parte,
agilità disattesa di mano.
Un crepitio di spazzola sottile
con lo strazio dell’ardimento nero,
un ululio mosso alla luna ostile,
l’uomo del sogno casomai straniero,
un cielo dalla tristezza flautata
e s’inerpica in mezzo al blu di stelle
l’edera musicale innamorata
del vespertino lamento di quelle
e intanto morde e s’eleva di più
l’inedia attiva contro ciò che fu.

La musica dei versi

Qui regna un re di violini stonati,
dentro solenni e fantasiose stringhe
l’elettrocardiogramma d’agitati,
qui giace un controtempo di lusinghe
nell’ora al trapezio di verdi fiati,
qui tace un firmamento di raminghe
stelle dentro a occhi meravigliati,
qui muore la poesia di siringhe
dopate al veleno dell’esistenza,
qui l’eco s’è arrampicata su vetri
soltanto per raggiungere più in alto
il posto in cui rubare l’ardua scienza
di sillabare sugli antichi metri
a morti svegliati di soprassalto.

Ossa di cielo

In me sussulta un crepitio animale,
una massa di cenere rubata
alle Pleiadi e tesa alle cicale
che saltano sull’aia addormentata
del Cigno. Lontana dal maestrale
la fiamma parla d’ogni cosa amata
e scoppietta e vince il freddo invernale
e pare quasi un alito di fata
la piena che si sparge nella culla
e la seta più chiara sulla pelle:
fratelli, nel ciglio brucia la notte
e mi veste con parole tradotte
il nudo seno tramite sue ancelle
venute alle rovine di fanciulla
e per un poco annulla
il contratto firmato con la morte
ma poi va oltre l’uscio, per vie contorte.

Un uomo

Parla. Lo fa da solo, quatto quatto
fra i clacson e le albe del triste foro.
Passeggia nel vicolo muto coatto
in cerca d’un ramoscello d’alloro
nella nettezza urbana, o d’un fatto
che dica altre rime, lontan dal coro
che mise la metrica sotto sfratto
senza badare al pubblico decoro.
Nel parco comunale la sua panca
si colora di siepi arse e di vento
e l’ebbro canto per la nebbia brada
sveglia gli usignoli e la luna bianca
e segue le stelle nel firmamento
ma si veste di cartone per strada.