sonetto

Noia di passaggio

Taciti crepitii nell’autunno
musicati, quasi sempre gridati
in poesie essemmesse di laureati
in mezzo ai quali mi sembro l’alunno
di tamburi e cardiopatiche foglie
con fraudolenza staccate dal ramo,
più che noi soldati quando cadiamo
sono baci perugina, chi coglie
mai l’entrata a occhi bassi dentro il tempio
di nomi volgari divine stelle
connessisi dai pori della pelle
ad eterni indifferenti allo scempio?
Va meglio zuccherare l’emozione
con l’aria polverosa di stagione.

Fantasia

Umida albeggio, dentro azzurri nudi
il battito delle sillabe inferme
lievi e disciolte nelle arterie rudi
di rami di connessioni malferme
sporte all’ignoto a mia mercé e a preludi
di stelle e movimentate conferme,
otri d’immenso, schiavitù, tripudi
di note magiche in bocca al re verme
tramandato per nome, quello mio
spogliato della menzogna dorata
da sapiente fanciullo prigioniero
dentro l’ego addobbato come dio
nutrito della paura fondata
d’una pulce vicina più allo zero.