Tua

Scendi, crudele mia notte, al campo,
afferrami per le dita gelate
prima che siano venti senza scampo
a riportarti le ceneri alate.
Non ti freni l’ardente bacio, lampo
d’amore fra pupille dilatate,
l’accozzaglia di vita – in cui inciampo
oltrepassando città desolate.
Rapiscimi al lunare cimitero
con fresca, cinguettante rugiada
e musica di prati ancora verdi.
Il cammino degli esuli disperdi
sibilando timori per la strada.
Prego le stelle nel tuo sguardo nero.

[Anni fa]

Al cielo

Non posso mormorarti con un fiore
l’incendio buio che m’incanta il verbo.
Non voglio ricordarti con l’amore
che t’increspava la pelle di nerbo.
Non sento più la rima fino al cuore
i cui tuoni e lampi d’anima serbo.
Profuma nella tenebra il calore
dai seni in cui vivo il dolore acerbo.
Nessuna stella per ora mi canta
l’aria che dalla bocca ti rubavo.
Nessuna gemma sbocciando ricuce
il lembo della ferita mia luce.
Il mondo intero non sa che t’amavo
e t’amo con la morte che m’agguanta.

Stella contraria

Manca l’autunno che torni a sbiancare
lacrime ardenti di foglie ingiallite.
L’inno assolato mi fa soffocare
canti storpi per le valli gremite,
gremite di pioppi, becchi e zanzare
nel far l’amore di coppie invaghite.
Questa stagione non posso argentare
baci ritmati di piane fiorite.
Invece permango in un clima ostile
sotto la luna, il naso sul vetro,
la malattia che riposa nell’aria,
l’aria turchina d’essenza maschile
che poi galleggia spaziando d’un metro
su un orologio di stella contraria.

Le sue cose

L’amore, lo sputo, lo sbrodolare
ragnatele d’autore sonnacchiose,
fogli in cui dorme l’arte di pensare
nomi che non germoglino di rose.
Il cuore, la cui eco fa ansimare
nei versacci le cavalle nervose
e il trotto maschio per ingravidare
la poesia quando non ha le sue cose.
Mai lo sbaglio di toccare nervi
a fior di pelle oltre il cielo e le stelle
senza romanticismi nevrastenici.
Ne scrivo pure, mi basta vedervi
puzze variopinte e rime d’ascelle
contro tutti gli arzigogoli igienici.