sonetto

Cigno

Ogni volta che cadono le foglie
la mia arpa fa rintoccare arie mute
ed echeggiano queste sulle soglie
oltre il faro di navi e oltre la rupe
gettata sull’inferno in cui si scioglie
la remora di cose già vissute
e il viandante nel fango allora coglie
la natura fra le tinte più cupe:
d’anime che vanno per spazi immensi
là dove le stelle son come loro
e l’eterno sì piccolo gli appare
e le ombre del tragitto sono chiare
e sente in petto crepitare l’oro
ben più vicino di quanto si pensi.

Silenzio

Il canto della civetta di notte
m’illumina mentre lottano i versi:
le grida soavi sono ridotte
a echi lascivi su campi dispersi.
Agre pause – poi gli inni urlano a frotte,
tamburellano in corpo gli altri versi,
nati inumani, da labbra sedotte,
da arterie mortali fra gli universi
e quando mi volgo in cerca di stelle
una torma di speranze m’assale,
però non trovo né un dio, né quelle
mani tese alla terra d’ogni male.
Un brivido s’infuoca nella pelle:
mi svegliano fremiti di cicale.