Stampella

So parlare ma senza far capire
l’anima arsa del mimo che odo sola.
Non vale neanche undici vecchie lire
l’inchiostro che per usura mi cola.
Non ho vissuto molto amore a scuola.
Già al tempo veleggiava all’imbrunire
la nave lenta del sogno: la suola
salpava dagli ormeggi, senza dire
nulla di nulla, se non per errore.
Ancora zoppico con le parole
se mi capita un senso abbiano queste.
M’inoltro pallida in giungle e foreste
dai termini abbaglianti più del sole
con le sillabe fredde nel mio cuore.

Voce alle stelle

O foglie biancheggianti nell’eterno,
dite: (r)esisto? Qualcosa mi dice
io sia solo ombra, cenere allo sterno
la pulsazione opaca, la cornice
dell’intonaco vuoto, la fenice
immortalata rinchiusa all’interno
che non sa più ricrearsi, la radice
d’un campo sparso di sale, l’inverno
immobile per sempre, senza rami
verso l’ignoto che però scintilla
e mi parla con simboli illeggibili,
che per quanto mi strappi le ossa e chiami
e rompa vasi d’argilla non brilla
nei muscoli se non con pochi sibili,
e con grida infrangibili
ne scrivo male il canto con le rime
e le membra che soffrono per prime
e al tempo della fine
la mia sublimazione sarà fatta
partendo dalla terra che mi sfratta
e che forse baratta
la mia vita con niente, la mia morte
perché il pianto del cielo taccia forte.

Sia terra sia cielo

È sia terra sia cielo la sostanza
che mi fa di luce, muscoli e ossa.
In me le ombre bruciano d’alternanza
al concime dei fiori. E una scossa
attiva il vulcano con la percossa
contro i muri incrostati della stanza.
La febbre elettrica si tinge rossa
più del sangue ermetico con cui danza.
Io so pigolare misera venere
nei salti delle rane per lo stagno.
Io so gracidare rinata stella
per servire l’eterno come ancella.
E con la luna posso farmi il bagno
meritando d’essere solo cenere.

Pioggia estiva

Stasera vado, scappo, niente è vero:
l’ultima cena sul tardi s’avvia.
Il mio fantasma al chiaro m’è straniero:
pupille rosse allagano la via
nei sogni svegli. E m’appare vero
l’imbarco d’astronauta, poesia.
Infinitesimi di cuore a zero:
se muoio te ne vai piccola mia
con le farfalle e i giacimenti d’ossa
chiamati piano. La testa mi gira
su assi inclinati di lune ebbre e magiche.
E fiorisce mercurio per la fossa:
il sagittario che scocca la mira
nel trambusto di febbri spesso tragiche.
Rinascono emorragiche
le gemme più fertili, inudibili
puledre uscite da madri invincibili
e ferite inagibili
nel palazzo di cielo che mi crolla.
Tasto le mura di questa mia bolla:
nella calca la folla
dà colpi al loculo sordo all’interno
e non scinde il presente dall’eterno.

Cervello fulminato

L’orologio a spasso, l’emmecì quadro
pare una lumaca, la luna va
molto più lenta del cavallo ladro
nella vita, ignoro quanto fa
l’equazione che mette a soqquadro
il cicalino sbilenco del fa
alzando la nota con tutto il quadro
nel trillo d’oca che fa qua qua
farfugliando mentre canta la zeta,
pigolando quando muore una stella,
eccitando la crescenza nel frigo
se mangio elettroni in fase beta
nell’orbitale a forma di ciambella
cui il nucleo va se poi non dirigo
deviando sopra il rigo
con l’energia di più calorie nuove
che m’aumentano gli zeri del nove.