Capriccio

Pesco cielo nel vaso mezzo vuoto
in cui gemmano foglie senza nome.
Annuso i profumi, il terremoto
m’entra nel seno – e poi nell’addome
la fioritura che avrà il mio cognome.
Sono un’orchidea rossa nell’ignoto
nella danza ammattita nelle chiome
degli alberi cifrati che piloto.
Sento i tuoni penetrarmi, la spina
risvegliarmi con stupore, l’arteria
curvarsi intorno al cuore e accelerare.
Sono anima di terriccio, la brina
cucita lungo l’orlo di miseria
ottenebrata dal tuorlo lunare
prima di sprofondare
con tutta la pianta nel precipizio
tra zolle che m’innaffiano l’inizio.

Inconscio

I lampi esplodono alti nello spazio
ed io – fra loro – rubo la tempesta
e il tempo nero parla nello strazio
di fioriture in carta nella cesta,
un vecchio sulla tomba, la sua testa
già ferita da gocce e quindi il dazio
che la fiamma sottrae quando lesta
nella morte mi leva, e ringrazio
sia la mera illusione d’una pace
a ondeggiarmi di fronte, non mio padre
genuflesso all’altare quasi vuoto
di banali persone, con la brace
che fu un incendio, con preghiere ladre
di bugie e gli occhi ardenti per la foto,
ma ciò che prima noto
è la tensione fra le stelle e il blu
dimenticarmi non urlando più.

A volo d’uccello

All’ombra corre l’erba sotto al vento
e con fradice ciglia soporose
il merlo canta grave del momento
in cui cocci di stelle tra le rose
al cielo danno indietro le sue cose
rigettando le spine senz’accento
che l’anno dona loro melodiose
ma l’estiva prateria non d’argento
si rannuvola stretta ai propri campi
e girando lo sguardo alla mia terra
mi dirigo a viuzze tenebrose
e mi pare di scorgere più lampi
nel fango dove l’essere dà guerra
che in collassi di vacue nebulose.

Figlia della notte

Sto volando! Non sembra quasi vero
abbia ali rumorose più di stelle
con le palpebre chiuse. E da quelle
farfalle musicate nel pensiero
m’esilio già nel paradiso nero
in cui m’avvolgo senza l’altra pelle
lasciata a terra. Ed ebbra ribelle
poi ballo nuda sul mondo straniero.
Ali selvagge scacciano la morte
ogni volta che il sangue nelle vene
m’illumina lo spettro con l’eterno
fuoco promesso giuntomi alle porte
per risvegliarmi senza le catene
la pulsazione in arresto allo sterno.

Prima pietra

Lasciatemi cantare alla follia,
dare fuoco al mio sangue col tamburo
rapito al verde picchio sulla via
del sogno lunare, col passo oscuro
vibrante a polisensi del futuro,
poi linciatemi, illustre giuria,
se dell’altrui parere non mi curo:
da tempo brillo nell’aria natia.
Canto nell’ubriachezza della luce
coi piedi fermi al crocevia stellato
dove non temo di precipitare:
qui germogliano voci e si traduce
l’illeggibile simbolo spezzato
che s’usa rinchiudere nelle bare.