Non è una poesia

Non voglio salvarmi, non voglio
scomparire oltre le nubi, là stelle
aliene e distanti non sanno mai
di niente. Io voglio ustionarmi
perché è la morte di non esser nata,
è star in gabbia in un limbo
tutto grigio – le mie parole quasi
non escono. Un giorno forse
ogni mia lacrima schiantata
si farà pianta, m’aiuterà
a scivolare nell’ombra dei rami
prima del salto – ho paura, non circola
anestetico in vena. La mia corda
già inizia a prendere fuoco
mentre scendo al suolo, sto usando
i centimetri del nodo scorsoio
per calarmi in basso, tra i rami
e poi giù nella lava. Semino lacrime
perché alberi forti attutiscano
la caduta nell’inferno. Le foglie
sorrideranno all’incendio
da vicino, i fiori saranno neri
come la cenere espansa
nella notte di dio. Se la fiamma
mi bagnerà vivrò per essa,
t’avrò raggiunto.

Un ballo parigino

Divoro
le piazze, i rami di lucciole antiche, sguardi
timidi come la neve, il focolaio divampato,
un azzurro bacio, l’inverno stellato
– il caldo riso beve
l’anima spoglia dalla terra.

La sposa del male

[vesto il mio corpo
con migliaia di foglie
sottratte alla vita e per poco
a imbalsamate soglie

in istanti di felicità

annuso odori

sull’albero stempiato
pregando imbellettata
di plurali fosse
la divinità

assaporando
magia d’Africa nera

orme d’un naufragio
verso la luna
trascinano morte

sete dell’abito nuziale]

Viaggio di ritorno

I graffi sulla pelle
dicono di lotte, sotto le stelle
il pennino incide molle carne
senza saper che farne

e nel sangue di mondi
s’inargenta sopra profondi solchi
il manto delle mie ossa
spargendosi

in grani lucenti
per la celeste fossa.

Naufragio

La scintilla
è spenta:
il mare mosso gioca
con la mia sete fioca
nel tempo che
rallenta.
L’ultima ora mi tenta
– con la sua voce roca
antichi amori invoca
ma senza che
li senta.

L’onda picchia
violenta
sullo scoglio mia meta
– sulla barca segreta
in mezzo alla
tormenta.
Cosparsa di sementa
germogliando s’allieta
la volta del poeta
che stelle sue
alimenta.

La tempesta
spaventa
il popolo di morti,
folla dagli occhi corti
che sputando
commenta:
« Ecco che s’addormenta.
Nuota al largo di porti
verso mondi mai scorti
poi cenere
diventa. »

Non è il caso
che menta:
« Sicura era la noia,
la mancanza di gioia,
la decadenza
lenta.
La carne va contenta
incontro al proprio boia
poiché affogando ingoia
la luce
ch’era spenta. »

Poeta oggi

Come un catetere
appeso alla vescica
colgo fluido scartato
nella passività

e quando scoppio
irradio la bruttezza
traendo il pus
dorato nella notte

accumulando
ogni umana tossina
il corpo abbia abortito

impiccandomici
in embolia verbale.

Sono sul comodino
i fiori gialli.

Pigolii senza fonte

Ossigeno bruciato
attraverso le veneziane spiffera
madide nuvole

all’aria innamorata –

i corpi si lamentano
della venuta un po’ troppo feroce
sui bianchissimi campi

del silenzio dei lampi –

là dove l’urlo tace
non restano che gli assordanti tremiti
e inamidati echeggiano

nelle cavità psichiche buie
gli ultimi vagiti.

Preghiera

Dimmi, o creatura
sputata dalle stelle sopra il mare,
dove vanno i germogli
della terra africana

e dimmi anche, ti supplico,
il nome dei serpenti della patria
che i natali ti diede
dentro a una baracca.

Non conosco il tuo nome
da schiava, al banchetto della carne,
né trovo il marciapiede
vicino a casa mia,

né rivedo il tuo sguardo
se non alla tivù
quando fanno scalpore le notizie
e dopo nulla più.

Né mi risveglia il dardo
della mitraglietta nella città
che uccise il padre tuo
e poi gli tolse i sandali

né quell’altro bastardo
che ti rubò denaro
per un barcone colmo
direttosi al mio faro.

Nonsenso

Galleggio sottovuoto, da lattina
frigida e scaduta le cui interiora
si destrutturano,

le pareti di vecchio alluminio
non celano la decadenza
della mente tradotta nelle carni,

no – mi scherzano lucciolando quelle
nello specchio liquido del soffitto
agitato da stelle.

Ah, le stelle – non sono che miraggio,
vedute dal pavimento oceanico
che alla deriva mi sospinge

ed è pure vero che siamo uguali
noi e quelle, medesime ossature
di carbonio e forse un po’ di quell’anima

lassa durante la cottura.

Epifania

Ignoro
quando balenò luce
nell’orizzonte dello sguardo privo
di tutto ciò che
desiderava. Ascolto
da allora il mare
ricucire garze bianche alle dita
e mettere cerotti
alle farfalle. Né so
se mai ritroverò
le candele affogate nel crepuscolo
in quell’inchiostro
che mi distrugge.