versi liberi

Amen

L’aorta si fora
appena appena
quando allo sterno ciocchi turchini
e peci di stelle rabbuiano l’anima
e foglie risplendono grigie

né gialle né rosse
sotto falangi di lune d’autunno
né scheletri arsi
di rami fissi ghiacciati l’inverno
con il sangue pallido dentro il tronco

e scopro d’avere più firmamenti
nell’alveo di cuore già sottovuoto
dove non predicano albe notturne,
solo clangori
di fiamme apparenti,

le costole votate al cielo,
la bocca socchiusa
nel furto d’aria
e le ante all’olezzo di fiori marci
nell’urna da più d’un semestre fa.

Uguali e conformi

Bravi a norma di legge
tacciono cose. I rami più secchi
cedono spazio a fasci tesi
già pronti a guerre per i cieli
di mercurio, a lasciti di canna
nei fossi. Sulla luna
gli alfieri bagnano templi e clangori
usurpando i pedoni, la scacchiera
cementificata dai promessi ori.
Dopo capita non siano compresi
testi e fogliami di sangue fiorito
simbolo d’un martirio. Siano accesi
gli screzi intonacati di mentito
benessere, le croste analfabete
incartate in ermetismi volanti e sepolte
da spari senza meta.
Non vedo, non sento, ma parlo: quanti
e non esisto? I matti soli
non hanno voce.