Poesie

Sproloquio con brio

Gemmano nell’inconscio fiori in tempesta,
oasi di sereno, immobili deserti.
Nelle tenebre vanno
aeronavi stracolme di sillabe defunte.
Nel giardino la stasi
bacia lune invisibili d’anelli saturnini.
Alle tegole s’ancorano
rande di prue annodate senza senso.
Nella casa le stanze
i torrenti sboccati in neuroni fulminati.
A terra l’immondizia scintilla
dello specchio di ninfee rosee.
Ai fornelli odori di cibi marci sparlano
e sono gorghi d’oceani dolci.
Nel mio corpo le arterie dal cuore ai polmoni
ruscellano al contrario.
Nei ventricoli malformazioni diagonali
sono geometrie vecchie, già viste nei pianeti.
L’aorta a zig-zag devia
a muscoli ed eterni murati alle pareti.
I mattoni sono cellule fuse al cemento
e m’arrampico al tetto per inspirare bene.
L’abitacolo vola
in nubi verdeggianti nella troposfera alta.
Il calore allontana le molecole d’acqua
e livella ogni cosa.
Divengo catafratta
della nebbia di bosco dentro me.
E città nere sfrecciano
sotto il rumore antico, moderno, immortale.
La poesia mi sorregge
in questo delirare con la coscienza sporca.
Il mio sangue
è buio, stanze, fornelli coniugati da rami
nel fiume sincopato che risuona
in mezzo alle ossa.
L’anima ruba tempo rosicando.
Lascio alle spalle, non sapendo quando
io sogni di preciso
né come.

Poesie

Lei

Il ritmo del suo piede
fu l’ossessione grezza.
Fu l’ulivo pungente d’un atollo smarrito
nell’oceano sporco / di sudori salati.
Fu quadratura tonda nei gorghi diagonali
e di foglie grinzose già bianche in primavera.

Fu ramo lieve e secco raggiunto con le braccia
in apparenza sorde.
Celava nelle vene la radice segreta
com’era stata al tempo / dell’ultima bellezza.
Mostrava quasi nulla dell’anima diamante
nelle dita callose.

Urtava le mie corde pensandomi violone
quand’ero un fortepiano.
Vegliava la materia,
l’oasi spirituale della mia culla azzurra
fatta solo per me, per me che l’ero ostile
e quasi le sputavo / il latte zuccherato.

In poco fu una cima: scalava le montagne
sbattendo con la testa
su pendici di gomma / e più spesso invisibili.
Le città di Calvino
narravano qualcosa d’ogni parte di lei
che non comunicava se non in cerchi quadri.

Unica figlia nacque / di povera famiglia.
Non avevano bagno ma un piccolo catino
per scrostarle l’amore.
Nel grembo della donna fuggita a rompicollo
per essere la serva d’un uomo necessario
già prima fu pensiero.

Ancora in precedenza fu l’ulivo reale
posto nel desiderio / d’un sole a lei ridente.
Fu gatto che graffiava
tutti i malcapitati.
Fu quadrifoglio dolce nel prato degli uguali,
steli di lei invidiosi, della sua rarità.

Poesie

P.Q.M.

I seni di mio padre / tranciano fioriture
e lune intonacate
gli splendono nell’occhio.
Sono chiome ingrigite / e foreste eclissate
i satelliti al cuore.
Sono le ruote vecchie / a un catorcio stonato
il rumore vitale.

Non sono di mia madre
le carezze boschive.
Non sono di sua madre
le rocce degli affetti.
Non sono di sorelle / i condomìni sfitti
nei monti sotterrati / da abeti trasognati.
Non sono le rotelle / ciò che non quadra in lui.

Lo vidi da bambino / ridente e pensieroso.
La foto si muoveva / nei toni bianchi e neri
nel suo Monet vissuto / nello stagno voluto.
La retta della luna
sulla ninfea notturna
fra le candele pigre
del pane di suo padre.

Sentii che frizzava
la bocca fanciullesca / per un calcio alla palla.
M’accorsi che scaldava
con le dita tremanti / l’antica foglia gialla.
Percepii l’amore / e stelle per lo stomaco.
Presentii la vita
dai seni di mio padre.

Non era nel ragazzo
la sua ragione d’essere / così ligio al lavoro.
Non erano le carte
la trama del garbuglio / negli uffici nauseanti.
Non era l’avvocato / di gente senza parte
ma querelava a caso
sanguinando dal naso.

Non denunciava mai / procedendo sua sponte.
Ascoltai voci irate / razzolare per lui
usurpandone il nome
e la sua fiamma azzurra / leggera più di brace.
Gli spensero in istanti
tra nubi sonnacchiose
lo spirito rapace.

Io vidi allora briciole
del panettiere morto / cosciente d’ogni cosa
e compresi l’errore
in una differenza / tra lui e il padre suo.
Non era la passione / la comunanza vera.
Era cadere avanti
nello zoo finale.

Erano sforzo a perdere
le toghe scintillanti.
Erano cibo scarso
per l’uccello colpito / da fratelli di stanze.
Erano mele marce / buttate nel mercato.
Erano le molliche / finite nel pollaio
le sentenze obbligate.

Perse l’acume d’aquila
in un volo carpiato / nell’aria velenosa.
E scordò la sua rosa / nella boccia dei pesci.
Non fu più l’uomo amato
da figlia al tempo acerba.
Fu becco imbavagliato / in una cella al buio
da guardie immeritate.

Ed io sua fioritura
cercai alture e colli
per dormire nei seni / che calpestò bambino.
Trovai pure la tomba
in cui voleva andare / vicino a tutti gli altri.
Notai le lune vuote
nel muro dell’eterno / ritratto del suo sguardo.

Poesie

Fine corsa

Il treno s’avvia lento per la stazione vecchia
e la calca si spinge
dopo la linea gialla.
Foglie non autunnali sferragliano veloci
sul tratto del binario
e cadono precoci.
Le vedove ingobbite
hanno le sacche piene
e deborda la frutta già marcia dappertutto:
sono state al mercato proprio verso la fine
per cogliere da terra lo scarto del mattino.
Ritornano al paese
e vanno al cimitero
poi danno da mangiare
ai gatti del quartiere
e siedono in veranda
e stanno fino a sera
quando dormono galli che non vedranno più.
In un posto leggero s’ode un chicchirichì
e non è molto chiaro dove sia in realtà:
se in campagne ridenti
d’un amore che fu
o nell’ansia che finge
nel sonno gioventù.

Poesie

Io zanzara

Non riuscivo in volo. Ali giganti
volevo per alzarmi – arroganza!
Non sono l’albatro in ceppi deriso
ma vengo presa in giro. Concludevo
le ali non fossero altro che pesanti
non giganti. Dopo mi sorprendevo
vista allo specchio. Ero la zanzara
e le ali presunte un po’ troppo forti
ma brutte come quelle d’un demonio.
L’eterno bandito dal paradiso
non ero io. Le ali, mie mie, leggere
strimpellavano l’onomatopea
che morde le carni, e non sapevo
che volare con ali da zanzara.
L’inverso dare ali d’insetto al drago
avrebbe impedito lo stesso il volo.
Non ero il drago né l’uccello grande.
Ero la zanzara, un bel fastidio
illusosi di potere allunare
e parlare con uomini importanti
già pigolati. M’illudevo sempre
di farmi bella bella tra le stelle
ma non ero nemmeno un’astronave.
Io non posso avere rami d’alloro
perché la corona mi schiaccerebbe.
Mi dicevo poeta. Emettevo
cacofonie stridule e rime pessime.
L’inganno s’è dissolto. Io zanzara
sono poesia. Bevo il vostro sangue
sollazzandomi perché tocco pelle
d’altra poesia, poi vi rubo sempre.
Verrò finita la notte da mani
più solide delle mie zampe corte.
Allora, nella morte, sarò versi
per l’umano con la finestra chiusa
e gli alberi rasi e il cielo nell’ombra
perché gli alberi abbracceranno stelle
e la luna martellerà nel cuore
dentro lui, nei punti creati da me.

Poesie

La cosa

Non voglio più stelle ma trafiggermi
con spighe di grano. Ambisco al cielo
gemmato nella mia casa di fango.
Desidero il tuorlo lunare solo
riflesso nello stagno delle rane.
E su vette lontane fare il bagno
in anse ghiacciate. Voglio pungermi
con l’arcolaio opposto del risveglio.
Bere alla fonte acque di poesia
le cui mani sacre furono care.
Vivere appieno l’ombra
che m’ulula lupi inconsci nel bosco
prima che le braccia di morti veri
mi sposino al suolo di un’altra tomba.
Stare nel cemento con tutti i vermi
spuntati fra le meningi. Prendermi
la morte viva nel bacio estremo.
Rovinare il pianto d’uccelli in stallo
i cui versi gridano nel pleonasmo.
Coprirmi con un velo per ripicca
volta a coloro che vietano i metri
rincorsi con la testa su una picca,
la mia, o la loro, nessuno sa.
Voglio le strade grigie desolate
del pianeta spento da sole e spari.
Il fuoco tra le sillabe spezzate
correndo sul baio dodecafonico,
lo scherzo cui nego l’accento tonico
in fughe scordate al piano.
Giuro sul mio demone: vincerò
ma per ora strilla il quaquaraquà
della porta accanto. Anche l’eterno
riesuma cadaveri dal mare
convincendomi a rinchiudere in bare
la cosa che definire non so.
Fino ad allora veglio nello spasmo
d’ali pesanti non adatte al volo
in teca di cristallo
e squittisce in me qualche topolino
e la mosca che il ragno mangerà
e canto.

Poesie

Eclissi

A volte un sole oscuro si staglia alto
cornice bianca di nere vicende.
L’eclissi bacia mondi sprofondati,
l’inconscio brucia per cose tremende.
I mondi sono quasi per errore
scambiati tutti per uccelli miti
quindi chetati e forse tanto calmi
da bere nella morte dolci inviti
a vini azzurri di nuvole e oblio.
Ciascuna palpebra chiusa racconta
la morte a modo proprio. Non sappiamo
per nulla quanto giusta sia la conta.
Sappiamo solo farne la sentenza
con fattispecie dubbie. Non osiamo
andare un po’ di là dell’apparenza.
A furia d’occhi riposti nel buio
restiamo ciechi di fronte al brusio
tra le ombre collettive dello sbaglio.
L’abbaglio fonde subito le retine,
le nostre pietre incantate nel cielo.
Nessuno invoca dei
senza giustizia.