Teatro muto

Un clarinetto esegue stracci neri,
versi di un oblio che arde senza luna.
Baveri in giacca nella calca bruna
l’hanno già tollerato l’altro ieri
deviando. Fingendosi stranieri
non davan la moneta, nemmeno una
sbirciata errata. Spesso li accomuna
il cozzare di vino nei bicchieri,
la femme fatale di vetro e pelle nuda,
la cravatta sgargiante nell’ufficio,
e il jazz di sfondo par quasi cultura.
È l’invisibile la fioritura
nel rituale umano del sacrificio,
capro immolato l’inverno che suda.
Il sipario si chiuda
nel pallido ricordo del suo nome,
un calcio aguzzo a spaccare l’addome.

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