Canto nel vino che attenua la mente
ebbra di un’aria notturna.
Dormo vicina alla riva con l’urna
sparsa nelle acque del niente.
Ecco nel salto di pietre soffiare
l’inno fanciullo del bosco
quando su rami che affatto conosco
nidi si fanno argentare.
Poi ricominciano gli estri lunari
dando la nota minore
là, nei cespugli nerastri in cui muore
l’eco promessa dei cari.
L’otre di luce mi fa sobbalzare
dentro la musica accesa
d’alberi spenti con l’anima scesa
sorda nell’urlo di bare.
Stelle frementi, non so tramutare
l’alito allegro nel verde
fiume montano: con me si disperde
l’ultima nebbia – mi pare.

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