Una poesia, quasi

Il cielo in cui trillo felice
è un corpo tondo come l’albume.
Nuda per le sterpaglie
galleggio portando croci sulle spalle
e demoni marchiati a fuoco.
Mi lascio mordere da vipere
per caso o malizia vicine di strada.
M’incanto guardando negli specchi
le deformità dell’ammasso di pelle, muscolo
e gli scheletri negli armadi.
Navigo nel mio sangue, nell’acqua
dentro e fra le cellule vibranti come le stelle.
Mi copro di foglie nell’oasi
dell’umanità primitiva. Attendo l’ora
d’uscire dal cespuglio.

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